La tensione nella penisola coreana è tornata ad alzarsi. Lo scorso martedì, come ha riportato la Korean News Agency (l’agenzia di stampa nordcoreana), è stato testato un gigantesco impianto lanciamissili. I test sono stati supervisionati dal leader Kim Jong-un, un segno della particolare importanza data dalle presenza delle élite politiche al collaudo. Questo episodio giunge a breve distanza da un’apparente mossa distensiva dell’establishment di Pyongyang: un diplomatico nordcoreano aveva infatti affermato come la Corea del Nord fosse pronta a tornare al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti per cercare di risolvere la questione delle armi atomiche.
Il collaudo dell’impianto lanciamissili potrebbe così inserirsi in una complessa strategia fatta di aperture e chiusure per cercare di ottenere il massimo risultato possibile nel confronto con Washington. Dalla fine di luglio Pyongyang ha effettuato otto diversi test di missili a corto raggio e di impianti di lancio, evitando però il lancio di razzi a lungo raggio e gli esperimenti nucleari. Questo sembrerebbe indicare la volontà dell’establishment di mostrare i muscoli e le proprie capacità tecnologiche senza chiudere del tutto le porte alle trattative con gli Stati Uniti.
Un dialogo produttivo ma difficile
Le relazioni tra Pyongyang e Washington, tradizionalmente non buone, erano significativamente migliorate in seguito all’incontro, avvenuto nel giugno 2018 a Singapore, tra il presidente americano Donald Trump ed il leader nordcoreano Kim Jong-un. In quella sede si era giunti ad un accordo circa la denuclearizzazione della Corea del Nord in cambio della rimozione delle sanzioni americane attualmente in vigore contro Pyongyang e per l’inizio di una nuova era nei rapporti tra le due nazioni.
Un secondo summit, svoltosi nel febbraio del 2019 ad Hanoi, si era concluso con risultati meno positivi. Kim Jong-un si era dichiarato disposto a chiudere solo alcuni dei siti di produzione nucleare nordcoreana ma in cambio aveva preteso la fine di tutte le sanzioni in atto contro il suo Paese. Una rigidità che non era stata apprezzata dal presidente Trump e che aveva portato alla mancata firma di un comunicato congiunto alla fine del summit. Un incontro a sorpresa tra i due capi di Stato, avvenuto nel giugno del 2019 in territorio nordcoreano ma lungo la linea di confine con la Corea del Sud, ha infine riacceso le speranze circa una riapertura del dialogo tra le due parti.
Il colloquio ha avuto un significato simbolico molto importante: Trump è divenuto il primo presidente americano a recarsi in Corea del Nord e nel corso dell’incontro anche Kim Jong-un è entrato in territorio sudcoreano. Le difficoltà di fondo restano però inalterate. Pyongyang è in possesso di un arsenale nucleare che rappresenta anche la sua ancora di salvezza da possibili attacchi esterni ed è molto difficile che vi possa rinunciare senza sostanziose garanzie di sicurezza. Washington, sulla carta, può rimuovere le sanzioni e ridurre il proprio contingente militare in Corea del Sud, ma deve fidarsi di Kim Jong-un circa un eventuale e totale smantellamento delle armi atomiche.
Un blocco psicologico
La denuclearizzazione della penisola coreana, accompagnata da un trattato di pace tra Pyongyang, Seul e Washington che ponga definitivamente fine alla guerra del 1950-1953, rappresenterebbe un enorme successo diplomatico per l’amministrazione Trump. La conclusione ufficiale del conflitto consentirebbe anche una forte riduzione del contingente americano in Corea del Sud, che rappresenta comunque un costo per le casse dello Stato. Pyongyang, invece, potrebbe abbandonare il suo attuale stato di “paria2 nella comunità internazionale ed arrivare ad una maggiore integrazione con altre nazioni, migliorando anche le sue prospettive di crescita economica.
Sullo sfondo resta però la complicata questione della riunificazione delle due Coree, rette da sistemi politici assolutamente incompatibili tra loro. Seul è una democrazia capitalista in cui i diritti umani e le libertà fondamentali, pur con qualche pecca, vengono garantiti. Pyongyang è una nazione autoritaria e con un’economia centralizzata, in cui lo Stato ha un forte controllo sulle vite dei cittadini. La perdita dello status di potenza nucleare renderebbe Pyongyang molto più esposta e debole nei confronti di possibili offensive esterne. Se una riunificazione sembra, al momento, pura fantapolitica, non esistono al tempo stesso garanzie di sicurezza abbastanza forti da fornire al governo nordcoreano in caso di rinuncia alle armi atomiche. Questo stato di cose genera un impasse di natura fiduciaria che rende difficile uno sblocco definitivo dei colloqui, malgrado i parziali passi avanti registrati negli ultimi incontri. Servirà dunque una visione di lungo periodo, condivisa da tutte le parti in causa, per giungere ad una soluzione definitiva circa la complicata vicenda nordcoreana.