Nel 2007, dopo molti anni di attesa, Bulgaria e Romania furono ammesse nell’Unione europea. I due Stati incontrarono però, sin da subito, una serie di limiti alla loro piena integrazione. AI cittadini bulgari e romeni, infatti, fu imposto il requisito del permesso di lavoro qualora avessero voluto trasferirsi per lavorare negli Stati dell’Europa occidentale membri dell’Unione. Queste nazioni temevano un vero e proprio esodo di lavoratori bulgari e romeni, a causa delle difficile condizioni economiche dei due Paesi e pertanto decisero di introdurre delle misure transitorie di controllo, così come era successo in seguito all’ingresso delle altre nazioni dell’Europa Orientale nel 2004 e nel caso della Croazia nel 2013. Il requisito rimase in vigore per diversi anni, nel caso di Austria, Regno Unito, Paesi Bassi ed altri fino al primo gennaio del 2014, contribuendo a sminuire le potenzialità delle membership di Bulgaria e Romania. Le difficoltà di Bucarest  e Sofia non sono, però, terminate perché anche le porte dell’Area Schengen sono rimaste e continuano ad essere chiuse ai due Paesi che appaiono, sempre più, come partner minori di un’ Unione disfunzionale.

Una lunga controversia

Il paradosso di questa Unione Europea è un’integrazione non uniforme dei tanti Stati membri, anche a dispetto delle diverse opinioni pubbliche nazionali. Le note vicende del Regno Unito, dal referendum sulla Brexit del 2016 in poi, hanno chiarito come una parte consistente della popolazione e della classe politica britannica desideri tagliare i propri legami con Bruxelles. Bulgaria e Romania, invece, sono state e continuano ad essere tra le nazioni più europeiste ma non riescono a trovare spazio ed anche quando rispettano i criteri tecnici di accesso si scontrano, poi, con motivazioni politiche. È il caso della vicenda Schengen: la Commissione europea ha riconosciuto che tanto Bucarest quanto Sofia sono in linea con i parametri necessari per accedere, il Parlamento europeo ha approvato, in questo senso, risoluzioni a favore così come importanti esponenti delle istituzioni si sono espressi in tal senso. Il Consiglio, però, non riesce a trovare un accordo e diversi Stati membri, in particolare Francia e Paesi Bassi, hanno bloccato o bloccano i tentativi di accesso dall’ormai lontano 2011. Il rischio è che, nel lungo termine, queste controversie ed ostacoli possano frustrare le aspirazioni europeiste di queste due nazioni e che le popolazioni possano sentirsi quasi rifiutate da Bruxelles e per questo decidere di guardare altrove.

Le cause

I casi di Bulgaria e Romania, per quanto paradossali, hanno comunque delle ragioni giustificative a monte. I Paesi sono i due più poveri tra quelli appartenenti all’Unione Europea, con un reddito medio netto mensile di 660 euro in Romania e di 500 euro in Bulgaria e con gravi problemi nel settore giudiziario ed in quello della lotta alla corruzione. Bruxelles monitora i progressi in questi ambiti, sin dal 2007, attraverso il Meccanismo di cooperazione e verifica (Mcv), che dovrebbe cercare di guidare Bucarest e Sofia verso l’implementazione di politiche in linea con i parametri europei. Gli scandali che hanno colpito la Romania, dal tentativo di depenalizzare alcune fattispecie di reato legate alla corruzione alla condanna di importanti esponenti politici locali, hanno ricordato, ancora una volta, come la strada possa essere in salita. La Commissione Europea, nel suo report del 2018 su progressi e peggioramenti nell’ambito dell’Mcv, aveva espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti da Sofia nelle riforme portate avanti nel settore giudiziario e severamente criticato i passi indietro di Bucarest. Il punto chiave è che la mera esistenza di un meccanismo di verifica ricorda quanto Bulgaria e Romania siano diverse, nel loro processo di integrazione, rispetto ad altri Stati e le leadership dei due Paesi hanno chiesto l’abolizione dell’Mcv.

Se il Regno Unito vorrebbe uscire dall’Unione Europea ma fatica molto nel riuscirvi, Bulgaria e Romania vorrebbero essere membri come tutti gli altri ma anche questa sembra un’impresa difficile. L’atteggiamento di Bruxelles, per quanto giustificato da alcune circostanze, è stato decisamente severo con Bucarest e Sofia e rischia, nel lungo termine, di raffreddare animi ed entusiasmi europeisti. Gli esecutivi locali potrebbero iniziare così a contemplare altre strade e questo indebolirebbe ancora di più la solidità e la stabilità dell’Unione europea.