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Politica

America Latina: dal Cile alla Colombia, i flirt con la destra israeliana per avere i favori di Trump

L'America Latina passa ancora una volta dalle recite dell'internazionalismo militante alla sottomissione al padrone di turno.
Colombia

L’America Latina come eterna riserva morale dell’altermondismo e del post-colonialismo è una illusione che si sta infrangendo sotto il peso della cruda geopolitica. C’è stata per anni la retorica dell’onda rosa, che raccontava un subcontinente compatto nel contestare l’egemonia nordamericana e, quando si parlava del Medio Oriente, sostenere la causa palestinese nei consessi internazionali. Ma oggi la forza di gravità dell’Impero non perdona le velleità ideologiche. L’ascesa di Abelardo de la Espriella in Colombia, sommata al consolidamento di Javier Milei in Argentina, allo strapotere Nayib Bukele in El Salvador, alla vittoria di José Antonio Kast in Cile e di Daniel Noboa in Ecuador, ci segnala un ribaltamento anti-romantico, dove la diplomazia della postura socialista cede il passo al cinismo della destra radicale.

Risparmiata dalle sanzioni europee nonostante la mattanza di Gaza e l’espansionismo in Cisgiordania, la destra likudista israeliana segna punti e trova ampie sponde in questa parte di mondo, riallacciando o intensificando relazioni. Il riallineamento delle classi dirigenti sudamericane non nasce da un’improvvisa illuminazione, ma da una pura necessità di sopravvivenza politica al Trump 2.0, e in parte come meccanismo di compensazione storica. Se nell’alleanza euroatlantica, la retorica del diritto internazionale perde presa di fronte alla politica di potenza, i governi conservatori della regione hanno compreso che la solidarietà con la causa palestinese era un lusso per tempi di pace. L’uscita della Colombia dal Gruppo dell’Aia, il ripristino dei legami diplomatici con Israele da parte del Venezuela e persino il riconoscimento atipico della sovranità israeliana sul Golan da parte colombiana rispondono a una logica brutale e pragmatica: accreditarsi presso la Casa Bianca. Per De la Espriella, come per Milei, la fedeltà allo Stato ebraico è la moneta di scambio più economica per ottenere coperture di sicurezza, intelligence e concessioni commerciali a Washington.

Da un paio d’anni l’Argentina sta imprimendo una svolta alle relazioni con Israele tramite gli Accordi di Isacco, progetto ispirato ai traballanti Accordi di Abramo. Un riavvicinamento partito dal sostegno al trasferimento dell’ambasciata argentina a Gerusalemme e dal riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, che contrasta con la linea storica dei socialisti. Secondo l’analista Gaston Saidman, è stata l’influenza iraniana ad aver alimentato parte dell’ostilità latinoamericana verso Israele.

Il ritiro di Bolivia e Honduras dal Gruppo dell’Aia, nel marzo 2026, ha mostrato quanto siano state fragili le iniziative dei Paesi non allineati negli anni Zero e Dieci. Bolivia e Israele avevano già annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche pochi mesi prima del ritiro, mentre Honduras e Israele hanno rafforzato la cooperazione in agricoltura, gestione dell’acqua, sanità, istruzione e sicurezza. Stessa cosa riguarda il Cile, che ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Israele in agosto e nominato ambasciatore Gabriel Zaliasnik, che si definisce «orgogliosamente sionista».

All’inizio fu Maduro

Questo pivot ideologico rivela una spaccatura antropologica, prima ancora che diplomatica, tra una visione cosmopolita e terzomondista che concepisce l’America Latina come avanguardia del Global South e, dall’altro lato, una nuova controrivoluzione che salda le pulsioni evangeliche locali, il rigetto del multilateralismo e l’ossessione per il law and order. Non è un caso che leader come Gideon Sa’ar o figure della destra olandese come Geert Wilders trovino oggi a Bogotá o Buenos Aires un’accoglienza più calorosa che nelle capitali europee. La convergenza con Tel Aviv non è una stranezza esotica, ma il pilastro di una nuova dottrina di difesa basata su droni, cybersorveglianza e tecniche anti-guerriglia. C’è soprattutto la rimozione di Nicolás Maduro a Caracas, tramite golpe-lampo e con un bilancio relativamente basso in termini di vittime, ad aver accelerato la decomposizione dell’asse anti-imperiale, costringendo persino i regimi rimasti a ricalibrare le proprie velleità per evitare di finire stritolati.

La modernità periferica compie così l’ennesima parabola, abbandonando l’idea decennale della sinistra latinoamericana di poter sostituire con la politica estera il gramo compito di costruire uno Stato, trasformando il palcoscenico delleNazioni Unite nella piattaforma prediletta per la propria ideologia (ricordate i discorsi fiume di Fidel Castro?). Oggi, la controffensiva destrorsa compie forse l’errore speculare, scambiando l’asservimento agli interessi di potenze esterne per un realismo vincente. Chissà se, nel tentativo di sfuggire all’irrilevanza attraverso una geopolitica dell’allineamento cieco, le élite della regione rischiano di riscoprire che fare i mercenari nell’arena altrui non garantisce alcuna sovranità.

L’esempio di Panama, costretta ad abbandonare la Via della Seta di Pechino e rimuovere i gestori di Hong Kong da un paio dei suoi porti strategici per ordine di Marco Rubio, segretario di Stato Usa, senza ricevere quasi nulla in cambio se non una rappresaglia commerciale cinese, insegna che piegarsi al trumpismo è un’avventura tanto quanto contrastarlo. La storia dell’America Latina sembra ancora quella di un pendolo tragico, che passa dalle recite dell’internazionalismo militante alla sottomissione al padrone di turno, senza mai riuscire a diventare soggetto della propria storia.

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