Skip to content
Politica

La delusione di Zelensky: anche lui nella lista dei sedotti e abbandonati dagli Usa

E quindi anche Donald Trump, almeno stando alle convinzione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, “vive in una bolla di disinformazione russa”. Il che aumenta la quota della popolazione mondiale che si fa fregare dalla propaganda del Cremlino: Trump è l’ultimo...
Zelensky

E quindi anche Donald Trump, almeno stando alle convinzione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, “vive in una bolla di disinformazione russa”. Il che aumenta la quota della popolazione mondiale che si fa fregare dalla propaganda del Cremlino: Trump è l’ultimo arrivato in un gruppo che comprende tutti gli americani che lo elessero nel 2016 (gli hacker russi, giusto?), tutti gli europei che in un modo o nell’altro avrebbero preferito la pace, tutti quelli che dubitavano della vittoria finale ucraina. Insomma, tutti quelli che non erano gli illuminati analisti delle nostre Tv e dei giornali, i seguaci di Biden, il Parlamento europeo e Carlo Calenda.

L’uscita di Zelensky, però, si spiega in un altro modo, quello vero, sintetizzabile in due parole: disillusione e disperazione. A differenza del santino che da tre anni i media occidentali hanno cercato di imporre, Zelensky non è senza macchia né senza paura. Non è un cavaliere immacolato, non è un uomo semplice arrivato alla politica per caso, non ha avuto una vita priva di scandali e compromissioni e non gestisce il potere in un modo che si possa definire pienamente democratico. Posso dirlo, avendolo studiato per anni e avendogli da poco dedicato un libro (“Zelens’kyj, l’uomo e la maschera”, Meltemi) pieno di fatti difficilmente contestabili.

Però, al punto in cui stanno le cose, mi ritrovo solidale con lui. È chiaro ed evidente che Trump ha deciso di liquidarlo. Le ultime dichiarazioni, quelle in cui il presidente Usa gli attribuisce la responsabilità della guerra e gli attribuisce un consenso in patria del 4%, più le esternazioni social in cui Trump lo definisce “un dittatore senza elezioni” e lo accusa di essere più interessato alla “miniera d’oro” degli aiuti che alla pace per il suo Paese, parlano chiaro in proposito. Ne è nata una discussione accanita: quasi tutti hanno sostenuto che quel 4% non risponde a verità, citando un fresco sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), che registra invece un 57% di fiducia in Zelensky (il 37% invece non si fida più).

Le prospettive di Trump

Si potrebbe discutere se la fiducia in Zelensky adesso, con la trattativa tra Usa e Russia che desta tante perplessità (eufemismo) tra gli ucraini, corrisponda alla volontà di riaverlo alla presidenza quando eventualmente si andrà a votare con un cessate il fuoco alle spalle. Ma non è questo il punto. Ciò che conta è che Trump manifesta l’evidente desiderio di sbarazzarsi di Zelensky, ormai considerato solo un impiccio rispetto alle prospettive di un accordo sistemico con la Russia e, forse, di una triangolazione comprendente la Cina.

È brutto? No, è orrendo. Zelensky, e con lui tutti gli ucraini, da tre anni combattono una guerra che li ha investiti a causa dell’attacco portato dalla Russia nel 2022 ma che ha radici lontane e complesse. Nell’espansionismo verso Est della Nato, che pure ben sapeva che due “confini” la Russia considerava invalicabili dall’Alleanza Atlantica: la Georgia e appunto l’Ucraina. Nell’Euromaidan sfruttato dagli Usa e dalla Ue non come espressione dell’europeismo degli ucraini (che infatti nella Ue non sono stati ancora accolti) ma come testa d’ariete contro la Russia, presentando le proteste come una sola gigantesca rivoluzione (mentre l’Ucraina in proposito era profondamente divisa) e, gli Usa, usando le destre radicali per portare i propri uomini al potere (ricordate Victoria Nuland e l’ambasciatore Usa a Kiev che discutono di chi debba essere il nuovo primo ministro), nonostante che tra l’impresentabile presidente Viktor Yanukovich e i rappresentanti della protesta fosse stato trovato un accordo che accoglieva tutte le richieste della piazza. Nei lunghi anni della crisi del Donbass, in cui Francia e Germania avrebbero dovuto fare da garanti della presenza pacificatrice della Ue. Putin ha tante colpe ma qualche responsabilità ce la vorremo pur prendere, o no?

Quindi in un certo senso è vero quanto diciamo da anni: Zelensky e gli ucraini hanno combattuto “per noi”. E soprattutto, dall’attentato contro il gasdotto Nord Stream a tanti altri episodi, hanno combattuto per gli Usa. E adesso, è il lamento collettivo, gli Usa li mollano, gettano a mare Zelensky e pure in malo modo.

Zelensky lo si può capire. Ancor più di lui gli ucraini che soffrono e muoiono ogni giorni da tre anni. Ma gli altri? Davvero fanno finta di essere sorpresi? Davvero scoprono oggi che e potenze non hanno ideali ma solo interessi?

La lista dei leader abbandonati

Un esempio recente: la Russia e Bashar al Assad. Dal 2015, per anni, i russi hanno appoggiato il Presidente siriano, salvandogli lo scranno e forse anche la vita. Ma l’altroieri, quando ha capito il gioco della Turchia e dei Paesi arabi, di cui ha bisogno, Vladimir Putin non ha più alzato un dito per salvarlo. Giusto lo ha accolto a Mosca, forse in un appartamento accanto a quello dell’ex presidente ucraino Yanukovich.

Ma vogliamo un piccolo, incompleto elenco di altri leader sedotti e abbandonati dagli Usa? Saddam Hussein: alleato prezioso quando si trattava di fargli combattere l’Iran di Khomeini, tiranno insopportabile nel 2003 con la presidenza neocon di George Bush. Il generale Gheddafi? Sdoganato nelle capitali europee e subito dopo, nel 2011, abbattuto dalla Nato a guida Usa (e 150 miliardi di fondi libici intascati dalle loro banche). Afghanistan: il presidente Ashraf Ghani, già insegnante a Berkeley e alla Johns Hopkins, master a Harvard, costretto a scappare come un ladro nel 2021, quando gli Usa decidono di lasciare il Paese ai talebani 2.0. Georgia 2008: il presidente Mikheil Saakashvili vuole entrare nella Nato e ravviva il contrasto con Mosca. George Bush lo incita, siamo con te. Poi i carri armati russi arrivano a venti chilometri da Tbilisi e di Bush non c’è più traccia. Altro scenario, Panama: Manuel Noriega, il militare che di fatto prende il potere nel 1983. viene sempre supportato dalla Cia, che da lui ottiene l’installazione di posti d’ascolto e spionaggio a dispetto del Trattato del canale, il rifugio offerto allo Shhh di Persia e tanti altri favoriti simili. Poi, di colpo, nel1987, gli Usa scoprono che Noriega traffica droga, e sappiamo come finì: invasione delle truppe americane e giuramento del nuovo presidente Guillermo Endara Galimany in una base militare Usa.

Ecco, la sensazione è che, purtroppo, anche Zelensky stia per trovar posto in questa lista. D’altra parte questo è il rischio che corrono tutti i leader e tutti i Paesi che, per necessità, devono abbracciare troppo strettamente gli Usa o una potenza di quel rango. O quelli che lo fanno per scelta, come la Ue.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.