Roberto Vannacci ci è ricascato. Il generale improvvisatosi maitré a penser letterario nella calda estate 2023, ideologo reazionario nei mesi successivi e, dal 25 aprile, aspirante europarlamentare con la Lega ha pubblicato di recente un video in cui invita a barrare il simbolo del Carroccio con una “Decima”. Il richiamo è al simbolo, simile alla croce che si fa sul simbolo elettorale, della X Mas, unità esistita due volte in Italia nella Seconda guerra mondiale. Dapprima come squadriglia navale della Regia Marina e, dopo l’8 settembre 1943, come reparto d’élite della Repubblica Sociale Italiana. A cui è stata accostato, negli ultimi anni, un’immagine nostalgica, quasi romantica, del fascismo. La “Decima” evoca il fascismo, poco da girarci attorno.
Vannacci si sarebbe giustificato dicendo di voler richiamare alla X Mas della Regia Marina, quella della “beffa di Alessandria” contro la Royal Navy del dicembre 1941, e non alla banda responsabile di stragi e massacri nella controinsorgenza partigiana. C’entra poco. Il significante e il significato sono decisamente chiari. E gettano un’ombra sull’immagine dell’esercito a cui l’ex comandante dei parà della Folgore avrebbe dovuto fare attenzione.
Poche settimane fa Alternative fur Deutschland, il partito di estrema destra tedesco, è stato cacciato dal gruppo europeo Identità e Democrazia da Marine Le Pen e dal suo Rassemblement National, sostenuti in questo dalla Lega e da Matteo Salvini, dopo che il candidato eurodeputato Maximilian Krah parlando con Repubblica aveva invitato a “non generalizzare” nel definire “tutte criminali” le SS, dichiarate organizzazione criminale nel loro complesso dal Tribunale di Norimberga del 1946. Vannacci ora scomoda una pagina ambigua della storia dell’Italia della seconda guerra mondiale e dell’era del fascismo di Salò
Chiaramente, la X Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese non ha commesso crimini contro l’umanità nella mole e nella gravità dell’organizzazione simbolo degli stermini di massa dell’ultimo conflitto mondiale, ma è diventata comunque partecipe di fucilazioni, eccidi e massacri che hanno causato almeno 300 vittime civili. E il suo capo e uomo simbolo, il principe Junio Valerio Borghese, ha avuto la ciliegina sulla torta di trasformarsi in traditore della patria dopo la guerra progettando un tentativo di colpo di Stato nella notte dell’Immacolata del 1970.
Parlare di “Decima” è parlare alla pancia di un dato pubblico, a un determinato sistema valoriale, a un preciso sentimento nostalgico. Oggi interiorizzato dal candidato di punta del secondo partito della maggioranza di governo italiana. Già non nuovo a dichiarazioni equivoche di vario genere e ora in campo con una presa di posizione che forse porterà alcune preferenze dalla galassia post-fascista o irriducibile al generale, ma sicuramente non gioverà all’immagine dell’Esercito di cui Vannacci fa parte e dell’Italia. Perché agli occhi di un ampio pubblico alimenterà cliché e retropensieri di vario tipo sullo scarso sentimento democratico di un’istituzione che, invece, è pienamente inserita nell’ordine costituito.
Inoltre, l’Esercito italiano ha alle sue spalle una lunga storia gloriosa e figure molto meno divisive di quelle che Vannacci evoca dalle forze armate. Se Vannacci avesse voluto alimentare un ricordo della storia dell’Esercito e delle forze armate avrebbe potuto prendere come riferimenti Raffaele Cadorna, generale a capo del Corpo Volontari della Libertà; o, ancora, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, colonnello tra i padri della Resistenza romana assassinato alla Fosse Ardeatine; oppure Antonio Gandin, comandante della 33° Divisione di Fanteria “Acqui” che resistette contro i tedeschi a Cefalonia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e fu per questo trucidato dopo la resa assieme a migliaia di commilitoni. O, guardando fuori dai ranghi delle forze armate terrestri, a Luigi Mascherpa e Inigo Camponi, ammiragli uccisi dalla Rsi dopo esser stati catturati dai tedeschi a Rodi e Lemnos, piazzeforti greche che avevano difeso nel 1943. Uomini che nel momento del cimento hanno messo l’Italia e l’onore davanti a tutto. Cosa che invece non si può dire di Junio Valerio Borghese. Lontano anni luce dai valori di libertà, democrazia e sicurezza collettiva che le forze armate attuali rappresentano.
Del resto, ci chiediamo, cosa succederebbe oggi se in Spagna un generale inneggiasse al franchismo o in Francia alla Repubblica di Vichy? Sarebbe, quantomeno, guardato di traverso dai suoi stessi commilitoni. Vannaci si esprime da politico fuori, temporaneamente, dai ranghi militari. Ma la sua storia rende inevitabile sovrapporre il giudizio su di lui a quello del sistema-Esercito. Verso cui detiene una grande responsabilità. Di cui non sembra, oggigiorno, esser consapevole.

