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L’opposizione venezuelana e molti Stati dell’Organizzazione Sudamericana hanno invocato l’aiuto del Papa per fare da mediatore con Maduro. Francesco, quale primo Pontefice latinoamericano, è considerato l’unica figura che possa effettivamente trovare il modo di giungere a un accordo in un conflitto che si sta sempre più trasformando in una guerra civile. In questi giorni, il Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha telefonato all’Arcivescovo di Caracas per manifestargli la vicinanza del Papa alle violenze subite dalla comunità cattolica, presa di mira da gruppi anticlericali durante le celebrazioni della Settimana Santa.Il fronte anti-Maduro continua incessantemente a scendere in piazza e non sembra doversi fermare la violenza da entrambe le parti. Dal 4 aprile a oggi, durante la dozzina di cortei e le manifestazioni in varie parti del Paese, sono morte ventisei persone. Le opposizioni accusano Maduro di aver portato il Venezuela nel baratro di una crisi economica senza fine. Una crisi economica che sta diventando anche umanitaria, perché iniziano a mancare cibo, medicine e ogni bene di prima necessità viene razionato oppure è completamente assente. Dura la repressione del capo dello Stato, che respinge la richiesta di elezioni anticipate.Ieri, il ministro degli Esteri di Caracas, Delcy Rodriguez, ha annunciato che il Venezuela avrebbe potuto staccarsi da un momento all’altro dall’Organizzazione degli Stati Sudamericani, perché ormai tutti si sono schierati in modo più o meno netto contro Maduro e la repressione delle proteste. L’OSA si sta impegnando attivamente per porre un freno a questo conflitto all’interno del Paese e sta cercando di trovare una soluzione che possa dare una fine alle violenze.In questo processo, la Chiesa venezuelana si è subito schierata insieme ai manifestanti, pur affermando con forza di essere contraria a qualsiasi forma di violenza. Il cardinale Porras, presidente della Caritas venezuelana, ha più volte detto di essere contrario alla repressione del governo e si è trovato al centro di accuse e di attacchi da parte di molti sostenitori del governo chavista.Proprio sulla spinta della Chiesa venezuelana, la Santa Sede si è interessata già dai primi di dicembre alla situazione nel Paese. In particolare, ad aver pesato su questa scelta “interventista”, è stata l’esperienza del cardinale Parolin, per anni nunzio apostolico a Caracas, dal 2009 al 2013. Il problema però è che la Santa Sede non ha mai affermato di voler essere dalla parte delle opposizioni, ed ha chiesto a entrambe le parti di non renderla complice ma di considerarla quale semplice mediatore.Per fare questo, Parolin poneva una serie di condizioni che sono state però respinte dal governo. Chiedeva la liberazione dei detenuti politici, la concessione di poteri al Parlamento, elezioni in termini chiari e infine la possibilità che la Chiesa potesse intervenire nell’ambito degli aiuti umanitari. Richieste che, come ovvio, il governo ha respinto. Anzi, Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano e molto vicino a Nicolas Maduro, ha chiesto che Parolin non intervenisse, perché invischiato nella “oligarchia capitalista” che aveva tenuto il Paese asservito per molti anni.Ed è proprio Parolin in realtà a essere un ostacolo al processo di mediazione della Santa Sede, perché la sua esperienza in Venezuela lo denota, agli occhi del governo di Maduro, quale uomo legato alla comunità cattolica del paese e quindi vicino alle opposizioni. I cinque anni da nunzio apostolico di Caracas fanno sì che il governo non possa considerarlo super-partes, e questo, evidentemente, rende difficile che da Oltretevere si possano attivare in maniera seria e decisa perché manca già l’approvazione d una delle parti della mediazione. Non a caso, negli ultimi tempi, il Papa, invocato da tutti come mediatore, ha cercato però di non esprimersi in maniera netta. Nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua, per esempio, ha parlato di generiche violenze in America Latina, nonostante tutti sapessero che il centro del discorso era rappresentato dal Venezuela. Metodi della diplomazia vaticana che, ancora una volta, si dimostra agente di primo piano sullo scacchiere internazionale, astuto, cauto ma nello stesso tempo inflessibile. E se Cuba era già stata un banco di prova importante, ora il Venezuela potrebbe essere la prova decisiva per comprendere fino a che punto la scelta di un Papa argentino si sia rivelata utile nella geopolitica della Santa Sede.

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