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I riflettori di tutto il mondo sono puntati sui confini orientali dell’Ucraina. Dove la tensione è altissima, e dove l’eventualità che la Russia possa effettuare un’invasione spaventa sempre di più Nato, Unione eruopea e Stati Uniti. Eppure, indipendentemente da come andrà a finire, sarebbe un grande errore analizzare l’intera vicenda senza considerare le mosse, le aspettative, gli obiettivi, o anche solo il semplice pensiero della Cina. Ci sono, infatti, almeno tre ragioni per prendere in considerazione il punto di vista Pechino.

Primo: intanto la Russia, principale attore protagonista, è un alleato cinese. In teoria, nel corso degli ultimi anni il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping si sono incontrati molteplici volte al fine di consolidare un blocco politico, economico e valoriale da opporre alla fazione occidentale capitanata da Washington. Sulla carta appare però evidente come l’avvicinamento sino-russo risponda a una logica di comodo e, probabilmente, sia molto più funzionale alle esigenze del momento – in primis affrontare un nemico comune – che non a una reale volontà di avvicinamento. Anche perché il peso specifico dei due Paesi è nettamente squilibrato in favore del gigante asiatico, il cui abbraccio, nel lungo periodo, rischia di assumere per il Cremlino le sembianze di una stretta mortale.

L’incursione ucraina, dunque, interessa moltissimo alla Cina. Se non altro per constatare quali sono le intenzioni del partner. Putin ha seriamente intenzione di creare un casus belli per coinvolgere gli Stati Uniti e la Nato in un conflitto? Vuole davvero catapultare la Russia in prima fila per far vedere al mondo intero che Mosca è temibile pur senza l’appoggio cinese? In altre parole, il Partito Comunista Cinese guarda allo scenario ucraino con un misto di soddisfazione e sospetto; soddisfazione perché comunque vada la pressione graverà sulle spalle di Washington e del blocco occidentale; sospetto perché l’idea che i russi possano ritagliarsi importanti spazi d’azione – e per giunta in autonomia – in Europa orientale, potrebbe ostacolare gli interessi di Pechino.

Gli interessi economici della Cina in Ucraina

La seconda ragione riguarda, appunto, gli interessi della Cina in Ucraina. Giusto per fare un esempio, nel maggio 2015 Pechino ha complessivamente importato 403.881 tonnellate di mais, utilizzato per lo più come mangime per il bestiame. Ebbene, quasi il 95% proveniva da Kiev. Piccolo passo indietro: nel 2012 i due Paesi hanno firmato un bizzarro accordo sul mais; l’Ucraina avrebbe avuto accesso a 3 miliardi di dollari di linee di credito in cambio di forniture di mais; da quel momento i gruppi agricoli ucraini hanno assiduamente cercato intese con società cinesi come Cofco, il colosso commerciante di cereali di proprietà dello Stato.

Dal 2017 in poi, con l’espansione della Belt and Road Initiative in Europa, le relazioni tra Pechino e Kiev hanno subito un ulteriore e silenzioso upgrade; il tutto a spese degli Stati Uniti. Ma l’Ucraina è anche un territorio geograficamente invitante per la Cina, in quanto può ospitare fabbriche e aziende cinesi mettendo sul tavolo il basso costo della manodopera e una notevole vicinanza al cuore del Vecchio Continente. Come se non bastasse, Kiev rientra nel Deep and Comprehensive Free Trade Area, l’accordo con cui l’Unione europea ha dato il libero accesso all’Ucraina in alcuni settori del mercato europeo di beni e servizi.

Investimenti e infrastrutture

C’è poi da prendere in esame il lato investimenti. Nel febbraio 2017, l’Ucraina ha annunciato che stava cercando di ottenere un prestito di 7 miliardi di dollari dalla Cina per finanziare vari progetti infrastrutturali. Questa comunicazione, fatta mentre le relazioni tra Kiev e il Fondo Monetario Internazionale erano tesissime (a dire il vero lo sono tutt’ora), ha fatto risuonare diversi campanelli d’allarme nei corridoi delle cancellerie europee. Dal punto di vista pratico, nel luglio 2017 la società di costruzioni China Road and Bridge Corporation ha firmato un memorandum di cooperazione per costruire una strada tra le città portuali di Odessa e Nikolaev; nel novembre dello stesso anno Vitali Klitschko, sindaco di Kiev, ha firmato un accordo con due società cinesi per costruire una quarta linea metropolitana (costo: 2 miliardi di dollari); nel gennaio 2018 la China Harbor Engineering Company ha annunciato di aver terminato i lavori per la restrutturazione del porto marittimo internazionale di Yuzhny, il più grande porto commerciale dell’Ucraina (costo: 38 milioni di dollari); a febbraio la China National Complete Engineering Corporation è stata nominata appaltatore principale per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità per collegare Kiev all’aeroporto internazionale Boryspil di Kiev (costo: circa 400 milioni di dollari).

La lista è lunghissima, ed è impossibile aggiornarla in tempo reale fino ad oggi, dato l’elevato numero di accordi e intese tra le parti andate in porto. Ci basta sapere che da gennaio a novembre 2021, il commercio bilaterale di merci ha raggiunto i 17,36 miliardi di dollari, facendo segnare un aumento del 31,7% su base annua, mentre nei primi 11 mesi dello scorso anno, il valore dei contratti firmati per la realizzazione di progetti da parte di imprese finanziate dalla Cina in Ucraina ha raggiunto la cifra record di 6,64 miliardi di dollari. In tutto questo, la Cina continua ad essere il principale partner commerciale dei Kiev. E una guerra potrebbe mandare in fumo diversi progetti appetitosi, che oltre alle infrastrutture riguardano, tra gli altri, il settore energetico e aerospaziale.

Dall’Ucraina a Taiwan

Arriviamo così all’ultimo aspetto della nostra analisi. La crisi ucraina è un vero e proprio stress test per la Cina di Xi. Il presidente cinese, infatti, osserverà con attenzione qualsiasi sviluppo degno di nota, così da carpire informazioni utili sul modus operandi americano in caso di braccio di ferro serrato tra Washington e Mosca. Già, perché come Putin ha intenzione di piazzare la bandiera del Cremlino in Ucraina, così Xi medita il ritorno di Taiwan sotto la bandiera cinese. Dal cuore di Pechino, i leader del Partito Comunista Cinese faranno attenzione al comportamento che terrà Joe Biden, alle eventuali armi e agli alleati che l’inquilino della Casa Bianca metterà in campo. Il Dragone è insomma pronto a pesare la vicenda ucraina per misurare la determinazione degli Stati Uniti nell’impedire a Putin di raggiungere i propri obiettivi. Perché? Il motivo è semplice: secondo Xi, quella stessa determinazione potrebbe essere rispolverata da Washington anche per la questione taiwanese. E in Cina nessuno vuole sorprese.

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