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Politica

La crisi politica spagnola sembra non conoscere fine

Le elezioni spagnole del 10 novembre hanno visto la vittoria, di misura, del Partito Socialista (Psoe) del premier Pedro Sanchez che, con il 28 per cento dei voti e 120 seggi sui 350 della Camera Bassa, si è imposto sui...
Spagna, Sanchez (La Presse)

Le elezioni spagnole del 10 novembre hanno visto la vittoria, di misura, del Partito Socialista (Psoe) del premier Pedro Sanchez che, con il 28 per cento dei voti e 120 seggi sui 350 della Camera Bassa, si è imposto sui rivali del Partito Popolare, fermi al 20 per cento. Il problema, però, è che come nelle precedenti consultazioni di aprile, nessuno schieramento politico è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera Bassa e soprattutto nemmeno una coalizione organica di centrosinistra o centrodestra avrebbe i numero per governare.

Il Psoe, in quanto partito di maggioranza relativa, ha preso l’iniziativa ed è giunto ad un accordo preliminare con Podemos, il movimento di sinistra radicale di Pablo Iglesias, che non ha superato il 13 per cento dei consensi e 35 seggi. La coalizione, appoggiata anche da Mas Pais di Inigo Errejon, è comunque lontana dall’avere i numeri per poter governare, 158 seggi totali su 350 e dovrà, perciò, cercare l’appoggio dei partiti regionalisti e separatisti. L’incarico formale per provare a costituire l’esecutivo dovrà comunque essere assegnato da re Felipe VI, in seguito allo svolgimento delle consultazioni.

Un rebus complesso

L’anomala situazione spagnola potrebbe, paradossalmente, sbloccarsi proprio grazie all’iniziativa di quegli schieramenti separatisti e progressisti catalani, come la Sinistra Repubblicana Catalana (Erc), che potrebbero appoggiare l’esecutivo nascente. Le trattative, però, rischiano di essere complesse e Marta Vilalta, portavoce del partito, pur riscontrando la volontà di aprire un dialogo ha anche affermato che il suo schieramento non ha alcuna fretta di dar vita al governo. La neonata coalizione potrebbe trovarsi in una posizione molto difficile: da un lato c’è la voglia e l’intenzione di governare il Paese e di evitare quelle che sarebbero le quinte consultazioni legislative in poco più di quattro anni, mentre dall’altro un esecutivo nato grazie ai voti o l’astensione di un movimento, come Erc, il cui leader, Oriol Junqueras, è stato condannato a 13 anni di carcere per sedizione rischia di far aumentare notevolmente, come riferito ad El Pais dal ministro degli esteri provvisorio Josep Borrell,  le tensioni nel Paese. La matematica, d’altronde, non lascia scampo: i progressisti dovranno contare sul supporto, più o meno diretti, dei partiti regionalisti baschi ed in parte catalani per avere abbastanza voti e dare inizio alla legislatura mentre i conservatori, anche volendo, non potranno mai raggiungere la soglia magica di 176 seggi sui 350 della Camera Bassa. La forte ostilità mostrata, nel corso degli anni, dal Partito Popolare e soprattutto dalla destra radicale di Vox verso il separatismo catalano impedisce ogni forma di accordo. Un governo presieduto da Pedro Sanchez, peraltro, non avrebbe probabilmente vita facile e potrebbe essere destinato a cadere in breve tempo: la spinosa questione del separatismo catalano è destinata a riemergere ed i Socialisti, in quel momento, non potranno far altro che schierarsi a favore dell’unità nazionale perdendo, così il vitale supporto di movimenti come Erc.

Le prospettive

La questione catalana continua a condizionare profondamente la politica spagnola ed è ormai divenuta una vera e propria ossessione nazionale. I problemi di Madrid, però, sono ancora più profondi: le due principali forze sono ostili ad ogni forma di possibile collaborazione e questo rende difficili determinati scenari politici di ampio respiro e persino l’astensione strategica volta a far partire la legislatura. La fine del bipartitismo, in una nazione poco incline alle coalizioni, ha creato ulteriore instabilità: non bisogna dimenticare che gli stessi Psoe e Podemos non erano riusciti a trovare un’intesa all’indomani dei comizi elettorali di aprile. La vera soluzione alla paralisi politica, probabilmente, è l’introduzione di un sistema di voto puramente maggioritario che favorisca la formazione di esecutivi stabili e possibilmente monopartitici. In caso contrario si dovrà attendere che lo scarso dialogo tra gli schieramenti inizi a causare seri danni all’economia e solo allora, forse, la palude spagnola inizierà ad essere drenata.





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