Le elezioni presidenziali in Romania, il cui primo turno è previsto per il 10 novembre, avranno luogo in un momento di grave crisi politica per il Paese. Il 10 ottobre, infatti, è stato sfiduciato l’esecutivo presieduto da Viorica Dancila, esponente del Partito socialdemocratico (Psd), che era in carica dal gennaio del 2018. Il movimento progressista aveva vinto le consultazioni legislative del dicembre 2016 con circa il 45% dei voti, sfiorando la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati ed al Senato ed alleandosi poi con l’Alleanza dei Liberali e Democratici (Alde). Inizialmente il governo era stato presieduto da Sorin Grindeanu, costretto a dimettersi nel 2017 in seguito a massicce proteste popolari scatenate dalla sua decisione di decriminalizzare alcuni reati legati alla corruzione. Gli era succeduto Mihai Tudose ma anch’egli aveva rinunciato all’incarico, dopo pochi mesi, poiché lo stesso Partito socialdemocratico gli aveva tolto il supporto politico. L’esecutivo Dancila, invece, è collassato dopo la scelta dell’Alde di abbandonare la compagine governativa ed a causa di lotte intestine interne al partito di governo e di contrasti con il presidente Klaus Iohannis, che hanno poi portato alla sfiducia. A brevissima scadenza il capo di Stato dovrà nominare un nuovo primo ministro che porterà il Paese verso la scadenza elettorale del 2020.

Alla ricerca della stabilità

Le sventure per i Socialdemocratici e per la politica nazionale non sono però terminate. Nel giugno del 2019 Liviu Dragnea, leader politico del partito di governo, è stato condotto in carcere dopo che la sentenza del 2018 che lo ha visto condannato per corruzione è divenuta esecutiva. Dragnea è stato uno degli uomini politici più potenti della Romania, avrebbe diretto da dietro le quinte la gestione degli affari di governo dal 2016 ( una precedente condanna non gli aveva consentito di divenire premier) ed il suo ruolo sarebbe stato determinante per la rimozione dei due primi ministri. La sua volontà di estendere il controllo politico sul sistema giudiziario aveva inoltre messo i Socialdemocratici in rotta di collisione con Bruxelles.

Le elezioni presidenziali del 10 novembre saranno così fondamentali per riportare alla stabilità un Paese profondamente turbato. Il Capo dello Stato, nell’assetto istituzionale semipresidenziale della Romania, può comunque giocare un ruolo significativo nelle dinamiche politiche interne che restano, però, sotto il controllo dell’esecutivo. Klaus Iohannis, il Presidente in carica, si ripresenterà per un secondo mandato quinquennale ed i sondaggi lo danno largamente in testa, con una percentuale di consensi stimata tra il 40 ed il 45 per cento dei voti. Dietro di lui è lotta serrata per il secondo posto e per l’accesso al ballottaggio. L’ex premier Dancila è stimata tra il 12 ed il 21 per cento dei consensi,  Dan Barna, della Save Romania Union, un partito liberale la cui piattaforma è imperniata sulla lotta alla corruzione, oscilla tra il 14 ed il 20 per cento mentre Mircea Diaconu, attore ed ex membro del Partito Nazional Liberale, è stimato tra il 7 ed il 16 per cento dei suffragi. Nel 2020 avranno luogo le consultazioni legislative, a meno che il Capo di Stato non decida di convocare elezioni anticipate e la sfida presidenziale potrebbe così fornire interessanti indicazioni politiche.

Le prospettive

Klaus Iohannis, dall’ideologia politica centrista, di origine etnica tedesca e fiero avversario della corruzione, appare largamente favorito e potrebbe sfiorare la vittoria al primo turno. Il Capo di Stato è il leader europeo più popolare sul social network Facebook e nel mese di giugno aveva smentito di aspirare all’incarico di Presidente del Consiglio europeo. I Socialdemocratici, invece, non dovrebbero avere la forza di imporsi in un possibile ballottaggio dopo gli scandali ed il 22 per cento dei voti ottenuto alle elezioni europee di maggio. Preoccupa, nel medio termine, l’instabilità politica del Paese ed in particolare un sua influenza negativa sulla crescita economica, che al momento è ancora sostenuta e si è attestata al 4,1 per cento nel 2018 e dovrebbe raggiungere il 4 per cento nel 2019. I prossimi mesi saranno dunque fondamentali per capire quali prospettive avrà la Romania e quale ruolo potrà continuare a giocare in Europa.