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Violenti scontri tra polizia e dimostranti hanno macchiato, in Honduras, le celebrazioni del 198esimo anniversario dell’indipendenza dell’America centrale. Le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni su circa mille contestatori, vicino al partito di sinistra Libertà e Rifondazione (Libre), che marciavano parallelamente al corteo ufficiale governativo. La dimostrazione di protesta era capeggiata dall’ex presidente progressista Manuel Zelaya, estromesso dal potere nel 2009 in seguito ad un golpe e e da allora spina nel fianco dei diversi esecutivi che gli sono succeduti. L’ex capo di Stato era stato rimosso in seguito alla decisione di indire un referendum per riscrivere la Costituzione, un tentativo, secondo alcuni, di imporre un governo di tipo chavista a Tegucigalpa. Il presidente aveva inoltre già reso l’Honduras membro dell’Alba e del Petrocaribe, due organizzazioni regionali controllate dal Venezuela.

La Corte Suprema aveva ordinato a Zelaya di cancellare il referendum ed al suo rifiuto erano intervenuti i militari. Da allora l’Honduras è precipitato in una spirale di instabilità e caos politico: le successive consultazioni tenutesi nel 2009, 2013 e 2017 e vinte dal Partito Nazionale, di centrodestra, sono state considerate, da alcuni osservatori, illegittime. L’attuale presidente, Juan Orlando Hernandez, è considerato vicino a Washington ed è giunto ormai al secondo mandato. Gli scrutini del 2017, però, hanno determinato una rottura del sistema politico: nel conteggio dei risultati era sembrato inizialmente prevalere il candidato progressista Salvador Nasralla, appoggiato anche da Zelaya. Un’improvvisa interruzione dello spoglio aveva determinato, alla ripresa, un sospetto recupero di Hernandez, conclusosi poi con una vittoria di misura. Ne erano seguiti scontri, con almeno trenta morti tra i dimostranti progressisti e la polizia. E anche in seguito, periodiche dimostrazioni hanno mantenuto alta la tensione nel Paese.

Il contesto locale e regionale

L’Organizzazione degli Stati Americani (Oas) non aveva riconosciuto i risultati delle elezioni del 2017 ordinando una ripetizione del voto. Gli esiti erano stati invece accettati da Washington e Città del Messico, due delle principali potenze nella regione centroamericana. L’attuale esecutivo è appoggiato dagli Stati Uniti, mentre l’opposizione progressista è più vicina a Caracas. Lo scontro per la supremazia ideologica sta però provocando gravi danni al Paese che è afflitto da significativi problemi socio-economici. Il 64 per cento degli honduregni vive in uno stato di povertà, la nazione ha la seconda classe media più esigua dell’America Latina (circa il 10.9 per cento degli abitanti) ed è profondamente segnata da alti tassi di violenza, dovuti all’imperversare di gang criminali e di narcotrafficanti. Il tasso di omicidi è stato, per un certo periodo di tempo, tra i più alti al mondo per poi decrescere significativamente agli attuali 43.6 delitti per 100.000 abitanti.

Un livello comunque estremamente elevato che contribuisce ad alimentare un costante fenomeno migratorio verso gli Stati Uniti. Manuel Zelaya non si è comunque rassegnato alla perdita del potere e spera di riottenerlo con una vittoria del suo movimento Libre, uno sviluppo che appare al momento improbabile in un’America Latina che sta guardando sempre più a destra e dove l’influenza di Caracas, a causa della precaria situazione politica interna, è sempre meno forte. Le cose non vanno meglio al presidente Hernandez, la cui posizione è sempre più precaria.

Un presidente sotto inchiesta

Negli ultimi mesi è stato reso noto che il capo di Stato è, da alcuni anni, sotto la lente della Drug Enforcement Administration (DEA), l’agenzia federale antidroga americana. Tony Hernandez, fratello del presidente, è stato infatti arrestato negli Stati Uniti nel 2018 per traffico di armi e di droga. Juan Orlando Hernandez è stato oggetto di un’indagine ( non è chiaro se ancora in corso) della DEA  per alcuni anni e per il momento non è stato rinviato a giudizio negli Stati Uniti. La legittimità politica dell’establishment honduregno, già colpito dalle accuse di illegittimità in seguito alle contestate elezioni del 2017, potrebbe essere così sul punto di crollare definitivamente. Determinante si rivelerà la posizione assunta da Washington nella vicenda, vista la stretta alleanza tra l’attuale esecutivo e la Casa Bianca.

Sembra però poco probabile che Donald Trump possa rinunciare ad un alleato politico così importante, anche in funzione di contenimento del fenomeno migratorio che attraversa l’America Centrale verso gli Stati Uniti. Una delegazione honduregna si è recentemente recata a Washington per negoziare la firma di tre accordi su questo tema, uno dei quali renderebbe l’Honduras un Third Safe Country. L’orbita americana continua così ad attrarre, inesorabilmente, Tegucigalpa in uno stretto abbraccio che impedisce a quest’ultima un salutare ricambio della sua classe politica. Il problema, però, è che proprio la classe politica honduregna, spesso coinvolta in casi di corruzione, non sembra essere riuscita a migliorare le prospettive di vita degli abitanti del Paese. L’attuale instabilità politica, che rischia di degenerare nello scoppio di una guerra civile, impedisce un dialogo tra maggioranza ed opposizione e rende sempre più lontana la stipula di un compromesso. Povertà, marginalità e violenza sembrano dunque destinare ad essere inesorabilmente legate al prossimo futuro dell’Honduras.