L’Europa “asburgica” e centrale vive una fase di sommovimento politici. Tra cambi di governo, scandali, elezioni e dinamiche sistemiche ancora in parte indecifrabili il focus dell’Unione europea è oggi sul futuro politico di Paesi decisivi come Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia.

Questi Paesi rappresentano un importante polmone per l’Europa odierna. I tre Paesi di Visegrad vivono una situazione complessa, tra un’attenta sorveglianza dell’Europa per le questioni interne, i timori che il Recovery Fund possa sul lungo periodo essere usato per scardinare i fondi di coesione su cui si basano la crescita economica e i consensi dei leader nazionali, l’apertura della faglia identitaria al loro interno. L’Austria, che ha appena conosciuto la fine del secondo governo di Sebastian Kurz, si trova invece a essere la paladina del rigore in un’Unione in cui la Germania ha scelto una linea più morbida e prova a rilanciare la sua strategia per essere camera di compensazione tra le istanze di Berlino, quelle dei “falchi” nordici e l’Europa orientale.

Quel che emerge, in quest’ottica, è che in vista del 2022 l’Europa un tempo attraversata dal dominio asburgico sull’Austria Felix possa essere la maggiore frontiera di instabilità politica, e questo da un lato fa emergere un Paese storicamente ritenuto ben più volatile su questo fronte come l’Italia come un’oasi di stabilità e dall’altro apre profonde questioni sul tema delle future negoziazioni per la riforma dell’Unione, in cui i Paesi dell’area avranno un peso decisivo nel far pendere la bilancia tra il blocco “rigorista” e i Paesi del Mediterraneo.

La caduta di Kurz pone l’Austria a un bivio

Vienna e Praga sono in subbuglio. Le due storiche capitali imperiali asburgiche sono oggi caratterizzate dalla netta accelerazione delle dinamiche politiche riguardanti i governi di Austria e Repubblica Ceca. A Vienna per la seconda volta uno scandalo ha portato Sebastian Kurz alla caduta da primo ministro. Ma se nel 2019 la causa della fine del governo di coalizione tra il partito conservatore del “giovane prodigio” austriaco, l’Ovp, e la destra del Partito delle Libertà, fu il celebre “Ibizagate” che colpì il vicecancelliere sovranista Heinz-Christian Strache, oggi a finire nel centro del mirino è stato lo stesso Kurz, dimessosi sulla scia dello scandalo che ha travolto il cancelliere, per via di un’indagine su una presunta manipolazione dei sondaggi in cambio di somme di denaro.

Il primo esecutivo Kurz durò diciassette mesi, da dicembre 2017 a maggio 2019; dopo il governo elettorale di Brigitte Blerleine, Kurz ha portato all’incasso lo sganciamento dall’ex alleato vincendo le elezioni e formando, a gennaio 2020, il suo secondo governo, rimasto in carica per ulteriori venti mesi. L’Ovp ha di fatto scaricato il suo ex enfant prodige consolidando la coalizione con i Verdi e portando alla carica di primo ministro l’ex titolare degliI Esteri Alexander Schallenberg con un esecutivo fotocopia del precedente. L’uscita di Kurz dal governo pone però sicuramente in essere diversi dubbi sulla volontà del nuovo cancelliere di seguire la spregiudicata linea austeritaria e rigorista che ha avvicinato l’Austria all’Olanda allontanandola però dalla Germania e, al tempo stesso, la strategia “asburgica” di consolidamento del blocco centroeuropeo. Una strategia su cui Kurz era fortemente orientato ma che ha sempre scontentato non poco l’alleato di governo, ora pronto a far sentire la propria voce.

Tutti contro Babis in Repubblica Ceca

Chi rischia come Kurz di dire presto addio alla carica di premier è il capo di governo di Praga Andrej Babis, il cui partito Ano è arretrato rispetto al precedente voto del 2017 nelle recenti elezioni legislative. Al voto dell’8-9 ottobre, caratterizzato da una crescita dell’affluenza dal 60 al 65%, la coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, con il 27,9% dei voti, è stata Spolu (insieme “insieme”), alleanza di centrodestra guidata da Petr Fiala, ex professore universitario di 57 anni alla testa del Partito Civico Democratico di orientamento liberal-conservatore, che è sostenuto anche dai liberali di Top 09 e dal cristiano-democratico Kpd.

Il partito populista del premier, Ano (che in ceco significa “sì” ed è inoltre acronimo di “azione dei cittadini insoddisfatti”) si è fermato, correndo senza alleati, al 27,1%, pur riuscendo a strappare un seggio in più di Spolu (72 a 71) per via della distribuzione dei collegi. I socialdemocratici e i comunisti che dall’esterno hanno sostenuto i due atipici e eterogenei governi del populista liberalconservatore Babis dal 2017 ad oggi, hanno mancato la soglia di sbarramento, fallendo la riconferma al Parlamento, che sarà privo della falce e del martello per la prima volta dalla rinascita della Cecoslovacchia nel 1945. Terza forza, con circa il 15% dei voti, è arrivata la coalizione libertaria di centro-sinistra formata dal Partito Pirata Ceco e da un partito centrista composto soprattutto da sindaci e candidati indipendenti.

Il punto cruciale della questione è il fatto che i cinque partiti riuniti nelle due coalizioni hanno posto come premessa chiave della loro azione il rifiuto di qualsiasi opzione di coalizione con Babis dopo il voto, specie in relazione alla comparsa del nome del premier nei recenti Pandora Papers. Come riporta Il Post“il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman, considerato molto vicino a Babis, ha detto che affiderà l’incarico di formare un governo al leader del singolo partito più votato”, che è quello del premier, per il quale la strada sembra in salita. E il voto di Praga, capitale che ha punito fortemente Ano, e del Paese in generale appare una sorta di prova generale per le elezioni decisive dell’Europa orientale dei prossimi anni, quelle di Polonia e Ungheria.

La guerra politica in Polonia e Ungheria

Budapest e Varsavia andranno al voto rispettivamente nel 2022 e nel 2023 per elezioni che possono segnare a lungo il futuro dell’area Visegrad. Il potere di Fideszla formazione nazionalista del premier magiaro Viktor Orban, e di Diritto e Giustizia, la formazione catto-conservatrice di Jaroslaw Kaczynski che governa la Polonia e esprime oggi il premier Mateusz Morawieck, sarà sfidata in due voti chiave che presentano, stando alla marcia di avvicinamento, dinamiche riconducibili all’esempio ceco e complicate dalla polarizzazione identitaria interne ai due Paesi.

In entrambi i casi, l’opposizione si sta polarizzando secondo un motto sostanziale: ora o mai più. Forze eterogenee e divise si stanno accordando per formare fronti ampi intenti a dividere l’opinione pubblica in un referendum sui sistemi di potere che le due formazioni conservatrici hanno costruito e sulle figure stesse di Orban e Kaczynski. In secondo luogo, le capitali appaiono gli epicentri della protesta civica e politica contro il governo che in esse ha sede. Le borghesie liberali di Budapest e Varsavia sono l’obiettivo di coalizioni civiche, liberaldemocratiche e ecologiste che devono però rispondere anche all’animo profondo del Paese.

E così veniamo al terzo punto. Le elezioni del 2022 in Ungheria e del 2023 in Polonia segnalano che, al contrario della Repubblica Ceca, Fidesz e Diritto e Giustizia hanno istituzionalizzato un sistema di governo sulla scia di un radicato cambiamento della società dei due Paesi in senso conservatore e identitario. Non è un caso che in Ungheria il dilemma per il secondo turno delle primarie per la scelta del leader dell’opposizione sia tra e Péter Márki-Zay, sindaco cattolico centrista di Hódmezővásárhely (Ungheria del Sud) che nel 2018 aveva prevalso alle amministrative sulle forze di governo ed è ritenuto in grado di parlare all’elettorato orbaniano di stampo conservatore. Così come non è un caso che a dare appoggio esterno alla coalizione vi sia Jobbik, formazione ultranazionalista e più identitaria dello stesso partito del premier, riciclato come alleato “giacobino” per la sua durissima campagna anti-corruzione che colpisce i vertici del sistema Orban.

Al tempo stesso, nella Polonia in cui in questi giorni l’ex premier liberale Donald Tusk accusa Diritto e Giustizia di voler portare Varsavia fuori dall’Ue come forza di opposizione sta emergendo l’ultranazionalista Coalizione Libertà e Indipendenza, che al contrario accusa il PiS di eccessiva morbidezza e promuove un’agenda duramente euroscettica, ultraidentitaria e con un antimmigrazionismo ai limiti del fanatismo. Una sorta di Jobbik alla polacca, che appare in ascesa nei sondaggi e potrebbe scombinare le carte alle forze europeiste. Il magma politico in Europa orientale è dunque in profondo sommovimento ed è sempre più difficile pensare che i Paesi dell’area possano sfuggire al ruolo di mine vaganti nell’Europa dei prossimi anni. Bruxelles osserva preoccupata: dall’Austria alla Polonia, le politiche comunitarie, che si parli di ripresa economica, valori comuni o immigrazione non ha importanza, saranno destinate a essere gettate nell’agone politico nazionale e a generare divisioni e faglie. Complicando la ricerca di accordi su larga scala e l’opera di mediazione di chi, Germania in testa, vuole unire nella divisione le variegate istanze politiche cercando un’Europa fatta di compromessi continui.