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Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, sotto attacco per la gestione dell’emergenza Covid-19, è sempre più isolato e rischia di giocarsi le possibilità di rielezione in vista delle consultazioni presidenziali previste per il 2022. Le divergenze emerse tra il capo di Stato, contrario a lockdown e restrizioni per arginare la corsa del virus ed i governatori degli Stati federali, che in più occasioni hanno fatto ricorso a misure restrittive nei territori di loro competenza, hanno iniziato a minare la coesione dell’esecutivo.

Bolsonaro, il 29 marzo scorso, ha scelto di sostituire sei ministri, tra cui quelli degli Esteri, della Difesa e della Giustizia, per tentare la carta di un rimpasto volto a garantire posizioni di potere ai Generali a lui più vicini. Le cose, però, non sono migliorate ed i Comandanti in Capo di Aviazione, Esercito e Marina hanno rassegnato le dimissioni per contestare (almeno così pare) le mosse fatte da Jair Bolsonaro per politicizzare l’esercito e rimuovere il Generale Pujol, che aveva chiesto più restrizioni contro il Covid-19.

Cronaca di un disastro

La popolarità del presidente è crollata a causa della gestione della pandemia ed il 43% dei brasiliani, secondo quanto riferito da un sondaggio realizzato da Datafolha alla metà di marzo, ritiene che Bolsonaro sia il responsabile della crisi generata dal Covid. Il capo di Stato sta affrontando la peggior crisi politica dal suo insediamento, avvenuto nel gennaio del 2019 ed il 16 marzo ha nominato il quarto ministro della Salute, il cardiologo Marcel Queiroga che ha sostituito un ufficiale delle esercito privo di conoscenze mediche, dall’inizio della pandemia. Bolsonaro, ex capitano dell’esercito e già accusato di razzismo, è una figura politica controversa e nel 2019 ha organizzato una commemorazione del colpo di stato del 1964 che diede il via a 20 anni di dittatura militare in Brasile.

La pandemia, poi, ha fatto precipitare la situazione. Il presidente si è opposto con durezza ai lockdown sostenendo che i danni provocati all’economia sarebbero stati peggiori di quelli causati dal virus, è arrivato a mettere in dubbio l’efficacia dei vaccini e delle mascherina ed ha sostenuto trattamenti medici la cui efficacia non è provata. I risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Il Brasile ha il secondo numero più alto di casi di Covid al mondo, 12.6 milioni, il sistema sanitario è al collasso, nelle capitali di 25 stati brasiliani su 27 sono occupati più dell’80% dei posti letto di terapia intensiva ed appena l’8% della popolazione è stata vaccinata.

Il bilancio complessivo delle morti provocate dal Covid-19 è impressionante ed ha raggiunto quota 318mila (ad inizio marzo era fermo, si fa per dire, a 260mila), con più di 3mila morti in 24 ore in alcune giornate dell’ultima settimana. La catastrofe umanitaria brasiliana, scaturita da una gestione della pandemia considerata la peggiore al mondo, può mettere in pericolo tutto il mondo. La variante P.1, nata nella città amazzonica di Manaus grazie alla maggiore circolazione del virus che ha favorito una mutazione, si è già diffusa nel resto del mondo ed oltre ad essere più trasmissibile ed a colpire pazienti più giovani è anche in grado di indebolire gli effetti protettivi del vaccino.

I possibili sviluppi

Il disastro del coronavirus sta avendo riflessi evidenti nei sondaggi politici. Per la prima volta dopo molto tempo, infatti, l’ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva è balzato in testa al gradimento elettorale riuscendo così a superare Bolsonaro. Un sondaggio, realizzato da PoderData tra il 15 ed il 17 marzo, vede Lula in testa con il 34% dei voti e Bolsonaro fermo al 30% delle preferenze. Il candidato progressista viene visto vincente anche in un eventuale ballottaggio sia da PoderData che da Revista Forum/Offerwise con percentuali che lasciano poco spazio a dubbi. La crisi politica brasiliana sembra essere, almeno per il momento, priva di una soluzione.

Bolsonaro può contare sul sostegno della maggioranza dei deputati e senatori al Congresso Nazionale ma lo schieramento che lo sostiene, dalle tendenze conservatrici, è frazionato e formato da ben 13 partiti alla Camera dei Deputati e 10 al Senato federale. Lo stesso presidente non ha un partito politico di riferimento. Le opposizioni di sinistra controllano appena 170 seggi su 513 alla Camera e 18 su 81 al Senato e non hanno molti margini di manovra per proporre, ad esempio, un impeachment che abbia qualche possibilità di successo. L’impeachment potrebbe inoltre non essere ben visto dall’opinione pubblica. Lo scenario più probabile vede la presidenza Bolsonaro in grado di sopravvivere e di vivacchiare nel breve termine, a meno che l’Esercito non scelga di rivoltarglisi contro e di far sprofondare il paese in una vera e propria guerra civile. Si tratta di un’ipotesi preoccupante che potrebbe dar vita ad un grande bagno di sangue e che potrebbe segnare il collasso del Brasile.