Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

In Kazakistan è crisi dal 2 gennaio, cioè da quando nella piccola e remota cittadina di Jañaözen gli automobilisti sono scesi in piazza per protestare contro il brusco e repentino aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatti (gpl). Quella che all’inizio era sembrata una dimostrazione su piccola scala, comprensibile ma contenibile, ha assunto la forma di una rivolta a macchia d’olio in tempi record e condotto alle dimissioni del primo ministro.

Potrebbe essere una crisi manifatturata – da un’insurrezione teleguidata dagli Stati Uniti come ritorsione alle mosse sino-russe nelle Americhe Latine ad un repulisti sotto falsa bandiera (da qui l’espulsione di Nursultan Nazarbaev dal Consiglio di Sicurezza?) –, come un arresto civile genuino – dato dal carovita e dal malcontento delle periferie sfruttate e sottosviluppate le cui risorse contribuiscono alla ricchezza nazionale –, oppure entrambe le cose. E nell’attesa di capire cosa succederà, cosa si cela dietro la crisi, urge tornare al principio e osservare la reazione della presidenza.

Cosa sta succedendo

Come detto, la più grave crisi della storia del Kazakistan indipendente è scoppiata a Jañaözen, una piccola e remota cittadina localizzata nel nord e circondata dal deserto, quando, il 2 gennaio, gli automobilisti sono scesi in piazza per protestare contro il brusco e repentino aumento del prezzo del gpl, il principale carburante utilizzato nel Paese, da 0,12$/L a 0,27$/L. Un aumento avvenuto dall’oggi al domani, in seguito all’abbandono del calmieramento l’ultimo dell’anno, e che ha dapprima incendiato le periferie e dipoi il centro.

I dietrologi vedranno una regia esterna dietro alla crisi – e forse qualche tentativo di interferenza ha avuto o avrà luogo –, ma è sufficiente un’osservazione accurata degli eventi per capire che si è di fronte ad una sommossa delle periferie, e dei centri periferizzati – come Almaty, la fu capitale divenuta epicentro degli scontri e delle azioni dal più elevato valore simbolico, come l’assalto all’edificio amministrativo –, contro l’opulento centro e coloro che vengono ritenuti i responsabili dell’attuale status quo: la presidenza Toqaev e Nazarbaev.

Che si tratti di crisi eterodiretta volta a distogliere gli occhi della Russia dall’Europa orientale – leggasi Donbass –, o della Repubblica Popolare Cinese dall’Indo-Pacifico, o che si tratti di purghe sotto mentite spoglie – da qui le dimissioni del primo ministro e l’espulsione di Nazarbaev dal Consiglio di Sicurezza –, una cosa è più che certa: i fatti di questi giorni dimostrano che in Kazakistan serpeggiava del malcontento, specie tra gli abitanti delle città e delle regioni di seconda classe, e che a volte, senza bisogno di influenze esterne, il vaso trabocca per una goccia di troppo. Un gpl troppo caro, in questo caso.

La reazione della presidenza

Il presidente Toqaev ha reagito alla crisi perseguendo una linea a doppio binario basata su dialogo e fermezza. Dialogo coi politici più lungimiranti e coi dimostranti pacifici, nel nome della cosiddetta dottrina dello “Stato che ascolta”. Fermezza coi politici intransigenti e coi dimostranti violenti, protagonisti di scontri di piazza, abbattimenti di statue e assalti agli edifici istituzionali.

Nella pratica, cioè nella sfera del reale, il corso d’azione del presidente Toqaev ha comportato nell’arco di pochi giorni, dall’inizio della crisi ad oggi, al ripristino del prezzo controllato di gpl, alle dimissioni del primo ministro, all’entrata nel Consiglio di Sicurezza – dove ha sostituito Nazarbaev – e alla proclamazione dello stato d’emergenza fino al 19 gennaio. Quest’ultimo, tra le varie cose, è stato concepito allo scopo di permettere e sveltire il ritorno alla normalità a mezzo di coprifuoco, limitazione dei movimenti e divieto di assembramenti.

La mattina del 6 gennaio, infine, il Ministero degli Esteri ha pubblicato una nota riassuntiva della crisi nella quale è stata fornita una spiegazione della decisione di richiedere l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), è stata denunciata la crisi come un'”aggressione armata da parte di gruppi terroristici addestrati fuori del Paese” e sono state date informazioni sui detenuti e sullo stato d’emergenza.

Perché Toqaev non abbia ceduto – e perché lo abbia soccorso l’OTSC – è piuttosto chiaro: dalla stabilità del Kazakistan dipendono la sicurezza dell’Asia centrale, il futuro di Unione Economica Eurasiatica e Belt and Road Initiative e la stabilità dei prezzi di una vasta gamma di beni strategici, di cui la nazione è produttrice-esportatrice, tra i quali petrolio, uranio, alluminio, zinco e rame. Il Kazakistan era ed è una linea rossa per i due custodi dell’Asia centrale – Russia e Cina – e il rapido intervento risolutivo lo ha dimostrato.