Una delegazione di esponenti liberal-centristi e socialdemocratici dei Paesi Baltici e della Germania è giunta in Georgia lunedì per contestare i risultati delle ultime elezioni, lanciando slogan che rischiano di sembrare sempre più vuoti. Le loro dichiarazioni, riprese dall’opposizione, alimentano una narrativa già avviata dopo i risultati del 26 ottobre, parlando di un “impero russo” pronto a controllare il Paese dopo la riconferma del Sogno Georgiano, della “crisi che ha messo il governo contro il suo popolo” e suggerendo che la Georgia stia diventando una dittatura, in cui “il popolo” può farsi sentire solo tramite le proteste di piazza.
Questo intervento, l’ennesimo, non sostiene la democrazia georgiana, ma evidenzia una preoccupante spaccatura all’interno dell’Unione Europea. Più che la presenza dei politici accolti dagli attivisti pro-Bruxelles, conta l’assenza di molti altri, che sono convinti che il Sogno Georgiano sia rimasto al potere non solo grazie a brogli russi, ma anche per un reale sostegno popolare e il fallimento evidente dell’opposizione europeista. Questa frattura riflette una crescente divergenza tra i Paesi dell’Europa centrale e orientale, spesso più critici verso i Governi percepiti come filo-russi, e altre nazioni dell’UE che adottano un approccio più pragmatico.
L’opposizione, sostenuta da ONG filo-occidentali, ha accusato di brogli i risultati del 26 ottobre e ha lanciato un movimento di protesta per rovesciare il governo del Georgian Dream. Secondo la Commissione Elettorale Nazionale, il partito di governo ha vinto con il 53% dei voti, contro il 38% dell’opposizione. I brogli ci sono stati probabilmente, ma è difficile sostenere che siano stati decisivi. Tuttavia, la presidente pro-opposizione, Salome Zourabichvili, ha definito le elezioni una “guerra ibrida” russa contro la Georgia, senza fornire prove concrete e parlando di una vaga “metodologia russa” usata dal Governo.
La geopolitica è diventata un tema dominante, alimentato da governi e lobby occidentali che interpretano ogni apertura diplomatica verso Mosca come un errore imperdonabile. Tuttavia, come riportato da giornalisti come Sopo Japaridze e Davide Maria De Luca, i partiti di opposizione si sono concentrati sulle città e sui ceti più istruiti con velleità cosmopolite, mentre il Sogno Georgiano si è rivolto alla Georgia rurale, enfatizzando un messaggio di “pace” e avvertendo delle potenze esterne che cercano di coinvolgere la Georgia in conflitti globali. L’invasione russa ha cambiato radicalmente il panorama politico, soprattutto in Georgia, dove i ricordi della guerra del 2008 e dei conflitti degli anni Novanta sono ancora vivi.
Sebbene il Governo georgiano abbia sfruttato le paure dei cittadini e abbia esagerato la minaccia di un coinvolgimento in conflitti, reprimendo le proteste con durezza, non è corretto liquidare come sciocche le preoccupazioni di una popolazione impoverita, che ha perso un terzo dei suoi abitanti dall’indipendenza e vive accanto a un vicino pericoloso dal quale dipende anche economicamente. Se uno dei fattori che sostiene il Governo è il timore di un confronto con la Russia, un altro è il risentimento verso le imposizioni dell’Occidente, in particolare dell’UE, spesso senza tener conto degli interessi e delle tradizioni della Georgia.
Molti dei giornalisti in visita, presentandosi come indipendenti e onesti, hanno seguito la linea dell’amministrazione statunitense e di altri governi occidentali, mettendo subito in dubbio le elezioni, senza aspettare i rapporti dettagliati degli osservatori. Hanno tracciato paralleli rischiosi tra la Georgia di oggi e l’Ucraina del 2013-2014, auspicando una rivolta a Tbilisi simile a quella di Maidan, senza considerare le differenze tra i due contesti e le conseguenze tragiche della destabilizzazione ucraina, alimentata dall’Occidente.
La visita della delegazione atlantista appare come un goffo tentativo di esercitare pressione diplomatica, senza tenere conto della società georgiana, rischiando di coinvolgere il Paese in una frattura con Mosca, come già successo con l’Ucraina. Il messaggio che emerge è che solo chi si identifica con l’Occidente rappresenta veramente il popolo georgiano e che la legittimità di un Governo che non segue il “percorso europeo” debba essere messa in discussione. Questa tattica è sciocca su due fronti: primo, perché il Sogno Georgiano aveva effettivamente cercato di aderire all’UE e alla NATO prima della guerra in Ucraina, e secondo, perché potrebbe essere percepita dai georgiani indecisi come un’interferenza esterna, minando la credibilità dell’UE in Georgia e rafforzando la narrativa russa.
Nonostante i brogli e le accuse di autoritarismo, non c’è dubbio che una gran parte della popolazione georgiana abbia votato per il Governo. I georgiani sembrano aver imparato una lezione amara dalla tragedia ucraina: una rivoluzione che porta a una profonda polarizzazione, estremismi, destabilizzazioni esterne e guerra, con la perdita di un quarto del territorio e alleati incapaci di mantenere le promesse. La maggioranza dei georgiani ha votato per l’attuale Governo proprio per evitare simili scenari. L’idea di una “Maidan 2.0” non è vista come un modello, ma come qualcosa da cui stare lontani.