La filosofia politica del liberalismo è nata per risolvere un problema specifico: la sfida del pluralismo, cioè la difficoltà a raggiungere la pace nelle società europee sempre più guidate dal disaccordo sui valori fondamentali, in particolare sulle confessioni religiose. I primi architetti del liberalismo – figure come Thomas Hobbes, Baruch Spinoza e John Locke – credevano nella necessità di ripensare il governo per risolvere i conflitti derivanti da una varietà di visioni del mondo. Fu John Locke a proporre che lo Stato dovesse agire da giudice neutrale, come una specie di “arbitro“, permettendo così la libera espressione di una varietà di punti di vista e convinzioni, riservandosi però poteri legittimi per limitare quelle forme di espressione che causavano danni ad altri o contribuivano all’instabilità dell’ordine politico e sociale. Inoltre, si credeva che – attraverso questa promozione della libertà e della tolleranza – le persone potessero creare i propri percorsi di vita come meglio credevano e, di conseguenza, contribuire alla pace e alla prosperità della società e alla forza della nazione.

Vincenzo Metodo, Usa, New York City, Brooklyn, 2017

Il liberalismo si è quindi proposto come un “contenitore” di diversità, ma con due significati diversi. In primo luogo, il liberalismo avrebbe “contenuto” il rischio che diversi elementi all’interno della società potessero sfociare in violenti disaccordi: un’esperienza ancora fresca nella mente di molte persone all’indomani delle guerre di religione tra cattolici e protestanti. Il liberalismo forniva dunque un “contenitore” in cui questi credi differenti potessero coesistere e, al contempo, cercava di “contenere” la confessione stessa. Affinché il liberalismo potesse funzionare, questo richiedeva una fedeltà primaria all’idea di tolleranza. Questo in pratica significava che a ciascuna persona veniva chiesto di riconoscere, per scopi politici, che la propria convinzione fosse, prima di tutto, semplicemente un’opinione. Quindi, anche se non da subito, il liberalismo richiedeva un profondo mutamento in cui tutte le convinzioni personali, al di fuori della tolleranza liberale, sarebbero state trasformate in mera opinione, comprese quelle affermazioni religiose che una volta erano considerate così profondamente vere da sfociare nella volontà di commettere o subire atti di violenza. Mentre all’inizio, per molti sostenitori del liberalismo, questo primo “contenitore” sembrava la soluzione ideale con cui le società potevano immediatamente assicurare pace e vero pluralismo, col passare del tempo una seconda forma di “contenimento” si manifestò nella dissoluzione e nella rottura di quelle comunità che erano animate da forme di “vera fede”.

La libertà che originariamente doveva essere accordata ai gruppi veniva sempre più rivendicata dagli individui, in nome della loro liberazione da quei gruppi stessi

Le abitudini culturali, che spesso erano il risultato di un’antica fede religiosa, essendo state ora trasformate in mera “opinione” iniziarono, nel tempo, a essere viste come imposizioni arbitrarie sulla libertà di quegli individui che non condividevano più tali credenze. Lo Stato liberale assunse così il ruolo di protettore di questa libertà individuale e, alla fine, divenne non solo tollerante nei confronti di una pluralità di credenze, ma intollerante verso le convinzioni che richiedevano certe restrizioni all’individuo liberale. La logica con cui lo stesso “contenimento” delle convinzioni destabilizzò questi tipi di comunità ha reso coloro che difendono quei tipi di comunità e credenze il ritratto della parola “illiberale”. Anche se il liberalismo è stato creato per garantire spazio e rispetto a una varietà di culture, ai principi formativi della religione e alla centralità della famiglia – il tutto garantito dal potere della nazione nel proteggere i diritti di tali istituzioni – oggi la logica disintegrante del liberalismo si rivolge direttamente contro queste stesse usanze e istituzioni: cultura, religione, famiglia e nazione.

Il liberalismo, così rappresentato, riuscì in gran parte a dissolvere forti tradizioni e pratiche culturali attraverso la seduzione della libertà individuale e della libera espressione e, infine, con il trasferimento del luogo della libertà dai gruppi all’individuo.

Le tradizioni e le forme culturali non furono conquistate, furono dissolte. Fu soprattutto il potere del libero mercato ad agire come solvente sulle forme culturali, richiedendo mobilità, flessibilità e priorità all’efficienza e all’utilità al posto delle usanze che spesso cercavano di dare lezioni diametralmente opposte: sacrificio, continuità generazionale, tradizione e stabilità.

Il rapporto tra liberalismo e religione è più complesso, con un intervento più diretto da parte dello Stato. Sin dall’inizio, la religione era il principale concorrente nell’ottenimento della devozione della gente e, tradizionalmente, lo Stato liberale ha cercato di frenare l’espressione e il credo religioso non solo trasformando la “vera fede” in “opinione”, ma imponendo il suo stesso potere. Come avvenuto per esempio negli Stati Uniti con la rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici, con i divieti di preghiera in pubblico e con la legalizzazione dell’aborto sulla base del fatto che l’opposizione a questa pratica si fondava esclusivamente sui dettami irrazionali della fede.

Vincenzo Metodo, Usa, New York City, Brooklyn, 2017

Tuttavia, come nel caso della cultura in senso più ampio, la fede religiosa è diminuita man mano che la fede liberale ha guadagnato forza, con i giovani di oggi particolarmente attratti dalle prospettive del self-making e della libertà individuale, contrarie ai principi basilari delle maggiori religioni. Per il liberalismo, la famiglia è sempre stata l’unità più difficile da riconciliare con i propri principi, dato che le relazioni tra genitori e figli non vengono “scelte”, e quindi non si conformano alla credenza liberale secondo cui sono legittimi solamente gli impegni basati sul consenso. Il progetto scientifico di “pianificazione” delle nascite ha inaugurato una grande rivoluzione, spostando questa relazione sul consenso. Gli sforzi per dare diritti protetti dallo Stato liberale ai bambini vengono sempre più spesso utilizzati per ostacolare i tentativi dei genitori di allevare i figli in maniera contraria alle credenze liberali (basta guardare, per esempio, la recente decisione di vietare l’istruzione in casa in Germania). Il generale movimento verso l’assenza di figli (e, quando ci sono bambini, la mancanza di fratelli) è il culmine della fede liberale nel self-making. Mentre oggi l’immigrazione è vista come una forma necessaria per incrementare una popolazione con bassi tassi di natalità, in futuro lo sviluppo tecnologico potrà rendere possibile la creazione di bambini senza genitori per soddisfare i bisogni e le esigenze della società.

Infine, paradossalmente, il liberalismo oggi considera sospetta proprio quell’unità politica che si riteneva essenziale per la tutela dei diritti: lo Stato nazionale. I primi pensatori liberali ritenevano che lo Stato fosse la più completa forma di ordinamento politico e sociale che potesse essere creata con il consenso, nonché un’organizzazione globale in grado di garantire la libertà individuale dei suoi membri costitutivi. Tuttavia, oggi lo Stato è considerato da molti come una limitazione arbitraria su quella stessa libertà. In particolare esso rappresenta un limite al diritto alla completa mobilità in un mondo ormai privo di barriere geografiche, culturali, tecnologiche e persino linguistiche.

Oggi l’avanguardia del liberalismo avanzato ha il compito di cercare attivamente di sradicare e distruggere le ultime vestigia di queste forme di “vera fede”.

Il liberalismo avanzato delegittima quella stessa forma politica che ha creato in nome della libertà. In effetti, oggi l’avanguardia del liberalismo avanzato ha il compito di cercare attivamente di sradicare e distruggere le ultime vestigia di queste forme di “vera fede“, considerandole come ostacoli alla realizzazione di un regime pienamente liberale. Le religioni del passato sono state sostituite da una nuova “religione” del liberalismo, in cui ogni dissenso verso la nuova ortodossia della liberazione radicale da cultura, religione, famiglia e Stato non è visto come un disaccordo legittimo, ma come una forma di eresia che richiede una persecuzione attiva da parte delle élite liberali, attraverso il potere statale o la pressione sociale. Come reazione, i difensori della cultura, della religione, della famiglia e dello Stato, che arrivano principalmente dalla parte “meno avanzata” delle società liberali, sono sorti come una forza politica che si oppone a queste traiettorie interne del progetto liberale. Alcuni si vedono come restauratori del liberalismo “originale”, abbracciando la nozione di uno Stato limitato che esiste per preservare le antiche forme dell’organizzazione umana.

Tuttavia, un numero crescente di leader di questi movimenti “populisti” sa di protestare contro la stessa logica liberale e, quindi, esplora nuove vie alla ricerca di diversi modi per fondare una società politica in maniera diversa dalle norme liberali che hanno regnato nell’ultimo secolo. Mentre il liberalismo divora le fonti del suo nutrimento, si riaffermano le esigenze del desiderio tipicamente umano di avere un senso di appartenere a un mondo fatto di significato, adesione e comunità. Come ciò si manifesterà è la grande domanda e la maggiore sfida del nostro tempo.

Foto di apertura di Vincenzo Metodo, Usa, New York City, Brooklyn, 2017