Chi si sarebbe mai aspettato di vedere delle scene ad altissima tensione nel cuore del centro politico della più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Il mondo intero è sotto shock nel vedere le immagini dei sostenitori di Donald Trump che sono riusciti, nelle scorse ore, a penetrare all’interno del Campidoglio, costringendo le autorità a sospendere la seduta in corso, mentre si sarebbe dovuta votare la certificazione della vittoria di Joe Biden. Come ricostruito da The Hill, Camera e Senato stavano discutendo la prima obiezione avanzata dai repubblicani quando i manifestanti hanno cominciato ad affollare i corridoi. Poi, come i filmati dimostrano, la situazione è degenerata.

Una crisi politica e culturale

“Signor Presidente, gli uomini e le donne delle forze dell’ordine sono sotto attacco. È fondamentale che tu contribuisca a ristabilire l’ordine inviando risorse per assistere la polizia”, ha twittato il senatore Marco Rubio, mentre l’ex capo della comunicazione della Casa Bianca Alyssa Farah ha chiesto a Trump di fermare i suoi sostenitori. “Sei l’unico che può fermarli”. Così il tycoon ha chiesto ai manifestanti di mettere da parte le violenze di cui si erano resti protagonisti. “Ricordatevi, NOI siamo il Partito della legge e dell’ordine – rispettate la legge e i nostri grandi uomini e donne in divisa”. “La violenza e la distruzione che hanno luogo al Campidoglio degli Stati Uniti devono cessare e devono finire adesso. Chiunque sia coinvolto deve rispettare le forze dell’ordine e lasciare immediatamente l’edificio”, ha twittato il vicepresidente Mike Pence, finito nel mirino di Donald Trump e dei suoi sostenitori nel pomeriggio e accusato di non avere il coraggio di ribellarsi alla certificazione della vittoria di Joe Biden. 

Sono immagini che riflettono una profonda crisi d’identità della superpotenza americana che non vanno affatto sottovalutate. Un Paese sempre più polarizzato e flagellato dalle divisioni politiche e da una battaglia culturale su più fronti che non nasce certo oggi e che ha origini ben più estese nel tempo.

Politica sempre più polarizzata

La (clamorosa) vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 aveva messo a nudo questa crisi d’identità. Il suo insediamento – gennaio 2017 – fu salutato con una grande manifestazione di massa, mentre i democratici avanzarono subito dubbi sulla sua vittoria maturata – a loro dire, in una narrazione poi smentita dai fatti – grazie alle ingerenze del Cremlino. Di fatto, dai suoi oppositori Trump è sempre stato percepito come un corpo estraneo, un incidente della storia. Non il Presidente di tutti gli americani. E negli ultimi anni il clima non è certo migliorato: mai come nell’ultimo anno si è avuta la sensazione che la nazione fosse sul pericoloso ciglio di una guerra civile, scatenata da una politica sempre più polarizzata e dalla pericolosa deriva della identity politics, che ha animato il dibattito a stelle strisce negli ultimi mesi dopo il barbaro assassinio di George Floyd e le successive manifestazioni di Black Lives Matter. Un surreale clima da guerra civile che si è respirato anche il giorno del voto, con le città americane che si erano letteralmente “blindate” in attesa dell’esito del vincitore.

Uno scontro politico e culturale che ha portato alle clamorose scene a cui abbiamo assistito oggi e che American Conservative – testata vicina ai repubblicani – definisce degne della Repubblica di Weimar. Ma che, in realtà, non dovrebbero più di tanto sorprenderci, se consideriamo la storia di questi ultimi quattro anni. Gli ingredienti per una pericolosa escalation, infatti, c’erano tutti. Certo, con oggi le speranze che Donald Trump possa rappresentare il futuro del Gop sembrano svanire. Un epilogo controverso, come l’America di oggi.

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