La crisi dell’Onu, il trionfalismo di Trump e Netanyahu: così l’Occidente prepara la propria rovina

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Politica /

L’ottantesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si è svolta a New York nei giorni scorsi, è stata raccontata e analizzata soprattutto per “eventi” specifici. Questo o quel personaggio, questa o quella dichiarazione. Ma se alziamo appena lo sguardo, ci accorgiamo che è successo ben altro: si è svelata agli occhi del mondo la situazione di questo inizio di terzo millennio. La realtà, nuda e cruda. Sotto due aspetti.

Il primo è il completo fallimento di uno dei più nobili sogni dell’epoca contemporanea: eliminare la guerra dai rapporti tra le nazioni. Questo era lo scopo della Società delle Nazioni, fondata subito dopo “l’inutile strage” (copyright papa Benedetto XV) della prima guerra mondiale. Recitava il patto siglato allora: “Impegno di non ricorrere in dati casi alle armi; stabilimento di rapporti palesi, giusti e onorevoli fra le Nazioni; fermo riconoscimento delle regole del diritto internazionale come norme effettive di condotta fra i Governi; osservanza della giustizia e rispetto scrupoloso di ogni trattato nelle relazioni reciproche dei popoli civili”. Sappiamo com’è finita: una seconda guerra mondiale, la dissoluzione della Società delle Nazioni e la fondazione nel 1945 dell’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Che si diede, peraltro, lo stesso identico obiettivo. Nei primi due commi dell’articolo 1 dello Statuto dell’Onu si legge: “1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace. 2. 2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale”.

Il fallimento è stato certificato in modo clamoroso perché una giornata che poteva essere storica (e storica proprio secondo i principi dell’Onu), quella in cui sei Paesi europei riconoscevano lo Stato di Palestina (ora accolto come tale da 155 Paesi membri su 193), si è rapidamente trasformata in una seduta di autoanalisi sul fallimento dell’Onu, aperta e di fatto chiusa dalle parole vibranti e sconsolate del segretario generale Antonio Guterres: “I principi delle Nazioni Unite sono sotto assedio, i pilastri della pace e del progresso stanno cedendo sotto il peso dell’impunità, della disuguaglianza e dell’indifferenza… Nazioni sovrane invase, la fame trasformata in arma, la verità messa a tacere. Ognuno di essi è un avvertimento”.

L’apologia della guerra

Il secondo modo in cui si è manifestata la cruda realtà di questo secondo millennio, anche dal punto di vista di cui sopra, sono stati i due discorsi più attesi, quello di Donald Trump e quello di Benjamin Netanyahu. Quello di Trump è stato analizzato dal punto di vista tempo-contenuti, con questi risultati: per il 46% del discorso Trump ha parlato di sé; per l’11% di immigrazione; per l’8% ha criticato l’Onu; per il 7% ha deriso le teorie sul cambiamento climatico; e solo per il 17% ha parlato di politica internazionale (commercio, guerre, NATO eccetera). E il succo di questo 17% era: se vi metterete nella scia degli Stati Uniti andrà bene per tutti, altrimenti per voi saranno guai. Come ben sa, per esempio, l’Iran, sia per la recente guerra dei Dodici Giorni sia per l’annullamento del trattato sul nucleare del 2018. Come se nessuno avesse capito, invece, che gli Usa sono terrorizzati dalla bancarotta e che non riescono a fare altro che agitare la clava (dai dazi, della guerra…) per drenare risorse al resto del pianeta.

Netanyahu, per conto suo, da politico super-navigato ha replicato lo show che mette in scena da tre decenni: cartelli, trucchetti tecnologici (il QR Code sul bavero della giacca) e il solito pacchetto di menzogne, mezze verità, verità distorte. Fino al punto da rivendicare le attuali campagne militari, l’invasione della Siria e del Libano, la guerra preventiva all’Iran, l’annunciata annessione della Cisgiordania e il progetto di genocidio dei palestinesi di Gaza come una strada verso la pace. Come se nessuno avesse capito che l’unico vero orizzonte della sua politica è la guerra permanente, armata e finanziati dagli Usa, e che in questo modo Israele non vivrà mai in pace.

I due discorsi, pur arrivando da personaggi profondamente diversi, avevano una cosa in comune: il totale senso di impunità derivante dal dominio della forza, dal controllo di una forza militare (e dalla volontà di applicarla senza scrupoli) capace di intimidire qualunque altro Paese. Discorsi pronunciati all’Onu che negavano l’essenza stessa dell’Onu, che sta (starebbe) appunto nella ricerca della pace tra Nazioni sovrane e ugualmente riconosciute degne. Discorsi che, in un mondo ideale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto respingere perché irricevibili, inammissibili.

Il mondo non è ideale e l’Onu è debole e confuso. Di più: è abituato a tradire se stesso. Il Consiglio di sicurezza è formato dalle nazioni che uscirono vincitrice dal secondo conflitto mondiale e che proprio per questo avrebbero dovuto appassionarsi alla missione di costruire un dialogo tra i popoli. E invece: degli Usa abbiamo detto, la Russia ha invaso l’Ucraina, Regno Unito e Francia nel 2011 hanno attaccato proditoriamente la Libia, lasciandola in macerie. Ma c’è una parte ormai maggioritaria della popolazione mondiale che per tutto questo, per l’esportazione del dolore travestita da esportazione della democrazia, per il soft power trasmesso sulla punta delle baionette, per le macerie accumulate in nome del progresso, ormai porta solo disgusto. Era questo il messaggio trasmesso dalla sala semivuota (ma con la delegazione italiana presente) in cui ha parlato Netanyahu, costretto a far circolare per New York i camion che ricordavano le stragi compiute dai terroristi di Hamas il 7 ottobre del 2023 per fare pubblicità alle sue guerre, come se fossero un gelato o una bibita.

Una reazione che oggi rivela impotenza, certo. Ma domani? Dopo domani? Non sono poi così lontani i tempi in cui illustri politici prevedevano che Russia e Cina non si sarebbero mai rialzate dal crollo dell’Urss e dal maoismo, e altrettanto illustri studiosi ci dicevano che la nostra società liberal-democratica non aveva più rivali. E se stessimo preparando non la loro sconfitta ma la nostra rovina?

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