Il Libano continua a versare in un grave stato di crisi politica ed economica e le prospettive di questa piccola nazione sembrano sempre più nere. Le diffuse proteste popolari contro la corruzione statale ed il malgoverno hanno portato, nel mese di ottobre, alle dimissioni del premier Saad Hariri che, però, non è ancora stato rimpiazzato. La paralisi libanese è strettamente legata alle disfunzione del suo sistema politico che risente, a sua volta, dei rapporti non sempre ottimali tra le diverse comunità che popolano questo Stato pluriconfessionale dove trovano spazio tanto i musulmani sciiti ed i sunniti, i cristiani maroniti e quelli ortodossi insieme a moltI altrI come ad esempio i Drusi.

Una crisi sistemica

Il presidente Michel Aoun ha assicurato che un nuovo gabinetto, guidato da Hassan Diab, dovrebbe presto essere operativo ma questo esecutivo è di certo destinato ad incontrare dei problemi. Il premier designato, ex ministro dell’Educazione e professore all’Università Americana di Beirut, è, come previsto dagli accordi di Taif del 1990 che posero fine ai quindici anni di guerra civile, un musulmano sunnita ma il suo supporto politico è basato nelle comunità sciite e cristiane (l’aspirante premier ha ottenuto il supporto di 69 parlamentari su 128) e la sua nomina ha incontrato il favore di Hezbollah. Un dettaglio, quest’ultimo, non di poco conto nell’ambito delle mutate circostanze geopolitiche mediorientali che hanno fatto seguito all’uccisione del Generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti in Iraq. Le forti tensioni (per usare un eufemismo) tra Washington ed il movimento sciita, infatti, sono destinate a ripercuotersi sulle relazioni con il governo che potrebbe vedere la luce a Beirut. In parole povere l’esecutivo Diab potrebbe rivelarsi poco rappresentativo all’interno del Libano e potrebbe avere difficoltà a sbloccare gli aiuti internazionali nei suoi confronti da parte dei partner occidentali come Francia e Stati Uniti. Questi ultimi hanno condizionato il loro appoggio alla conduzione di riforme politiche interne. Il movimento popolare di protesta, privo di leader, ha continuato e continua a manifestare tutta la propria rabbia nei confronti della classe politica libanese: le sue richieste, infatti, spaziano dalla formazione di un governo formato da esperti alla sostituzione dell’élite dominante.

Il rischio default

La crisi libanese non riguarda, però, solamente la politica ma si estende anche all’economia. L’ex ministro dell’Economia Nasser Saidi ha riferito che il Paese avrebbe bisogno di un prestito compreso tra i 20 ed i 25 miliardi di dollari per emergere dai problemi finanziari che lo attanagliano e che è presente il rischio che il sistema economico collassi e che ciò porti ad una contrazione del 10 per cento del Prodotto Interno Lordo nel 2020. La contrazione del Pil per l’anno in corso, in ogni caso, dovrebbe attestarsi al 2 per cento e ciò induce una certa preoccupazione per le sorti della nazione. La stabilità politica del Medio Oriente, infatti, potrebbe risentire gravemente di un’implosione del Libano e di tutto ciò che potrebbe accadere in questo scenario: una contrapposizione accentuata tra le diverse comunità nazionali, infatti, potrebbe portare il Paese sempre più vicino ad una nuova guerra civile. Le tensioni che, ancora per molto tempo, continueranno ad attraversare la regione costituiscono poi un’ulteriore fattore di destabilizzazione. Un collasso economico potrebbe così dare il colpo di grazia finale all’intera impalcatura statale.