Finora il piccolo stato del Golfo è riuscito a mantenere una posizione neutrale intrattenendo rapporti con tutti i principali interlocutori dell’area. Il protrarsi della guerra in Yemen, paese con cui l’Oman condivide un confine di circa 300km, insieme all’apparente rottura del mondo sunnita con il Qatar, costringe il Sultanato di Mascate (capitale dell’Oman n.d.r.) a ripensare le sue priorità e a prepararsi a nuove sfide.
Arabia Saudita e Stati Uniti hanno espresso in più occasioni la loro avversità nei confronti della politica non-interventista adottata dall’Oman. Riad e Washington non apprezzano la posizione di Mascate su due dossier in particolare: la guerra in Yemen e la crisi con il Qatar. Perché l’Oman non solo non partecipa attivamente alla guerra contro i ribelli Huthi – in cui i Saud sono talmente impantanati da aver reso noto il conflitto come il “Vietnam dell’Arabia Saudita” – ma addirittura ha assunto il ruolo di pacificatore tra le parti coinvolte. Quando il Consiglio di Cooperazione del Golfo diede l’ok per l’intervento militare in Yemen nel marzo 2015, il ministro degli esteri omanita, Yusuf bin Alawi, disse che “l’Oman è una nazione pacifica. Quindi per essere fedeli alla nostra attitudine non possiamo intervenire in una campagna militare di questo tipo. Possiamo partecipare esclusivamente alle missioni su richiesta delle Nazioni Unite.”
Inoltre, non appena scoppiata la crisi tra paesi del Golfo e il Qatar, l’Oman ha permesso a Doha di transitare per le acque sotto la sua giurisdizione – così da non interrompere il commercio di gas e cibo – per bilanciare l’impatto debilitante del blocco imposto dal mondo sunnita guidato dall’Arabia Saudita.
Fino a oggi l’Oman ha scelto la strada della neutralità per portare avanti i suoi interessi geopolitici, peraltro con discreto successo. Da quando gli Huthi hanno preso il controllo di Sana’a nel 2014, i funzionari di Mascate hanno fatto da mediatori tra i diversi schieramenti. Le loro abilità diplomatiche hanno permesso di negoziare la liberazione di diversi ostaggi occidentali in Yemen, senza contare il supporto fornito alla Casa Bianca durante l’evacuazione dello staff diplomatico dell’ambasciata statunitense a Sana’a del febbraio 2015.
Le priorità dell’Oman – riuscire a risolvere la guerra in Yemen diplomaticamente, cosa da fare anche per risolvere le tensioni all’interno del Consiglio del Golfo – non sono viste di buon occhio da Riad. Secondo i Saud, l’obiettivo di Mascate in Yemen è di supportare Teheran e quindi i ribelli Huthi, spina nel fianco dell’Arabia Saudita che nonostante il suo impegno militare per abbatterli non riesce a sedare la rivolta delle milizie sciite.
Per lanciare un segnale di avvertimento all’Oman, quando il dicembre passato re Salman ha compiuto il tour dei paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha visitato tutti tranne l’Oman. Anche Washington continua a lamentare la posizione neutrale di Mascate. L’11 giugno il direttore della CIA Mike Pompeo e il vice-consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale Ricky Waddell, hanno incontrato il Sultano Qabus e hanno invitato la leadership omanita a interrompere i contatti con Teheran. Anche gli Stati Uniti hanno espresso, a loro modo, la loro contrarietà nei confronti della politica estera intrapresa dall’Oman. Negli ultimi mesi sono stati cancellati diversi incontri tra i funzionari statunitensi e quelli omaniti: l’ultimo l’incontro annullato è stato quello che si sarebbe dovuto tenere tra il segretario di stato Rex Tillerson e il suo omologo di Mascate.
Ora che Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, insieme con gli Stati Uniti, premono affinché l’Oman prenda una posizione più dura nei confronti dell’Iran, il sultanato di Mascate si trova costretto a ripensare le sue priorità. Per ora è riuscito a mantenere buone relazioni con la maggior parte degli interlocutori mediorientali e internazionali, ma se le pressioni da parte del mondo sunnita e di Washington aumenteranno, l’Oman sarà costretto a scegliere una volta per tutte da che parte stare.