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Dopo il 2011, anno della primavera araba, l’orientamento soprattutto dei Paesi dell’area del Magreb sembrava ben delineato. I partiti vicini ai Fratelli Musulmani, già ben radicati nella società negli anni precedenti e unici delle varie opposizioni a essere strutturati, erano quelli destinati a prendere il potere. Portando quindi il cosiddetto Islam politico a essere sempre più decisivo nel mondo arabo. Oggi, a distanza di dieci anni, la situazione appare ribaltata. In alcuni Paesi dove la fratellanza ha registrato i primi exploit, sono i movimenti e i partiti più laici a riprendere il sopravvento. I segnali, di cui in primis l’occidente dovrebbe prendere nota, vanno in questa direzione.

I casi di Marocco e Tunisia

Le ragioni dell’ascesa dei Fratelli Musulmani dopo la primavera araba sono semplici. Durante il lungo periodo di governo dei rais contestati dalle piazze, i partiti islamisti sono stati gli unici a organizzarsi. Soprattutto nella società, visto che molti movimenti della fratellanza storicamente appaiono impegnati in opere di carità verso i più poveri. Caduti quindi i governi a seguito delle rivolte, nelle successive elezioni svoltesi nell’area magrebina i Fratelli hanno conquistato la maggioranza. I casi più emblematici sono quelli di Tunisia ed Egitto. Dopo la cacciata di Ben Alì da Tunisi, il partito Ennadha ha assunto posizioni maggioritarie. Al Cairo invece, con la caduta di Mubarack, ad emergere quale nuovo presidente è stato Mohammed Morsi, storico rappresentante dei Fratelli Musulmani. Discorso diverso invece per quanto riguarda il Marocco. Qui la primavera araba non ha attecchito o almeno non nei livelli visti nei Paesi vicini. Non ci sono state grandi manifestazioni di piazza, del resto la popolazione stava già assistendo a importanti cambiamenti promossi da Re Mohammed VI. Tuttavia una discontinuità rispetto al passato c’è stata: nelle elezioni parlamentari del 2011, la maggioranza è andata ai movimenti della fratellanza.

Cosa resta di quel periodo politico oggi? Una menzione a parte merita l’Egitto. Qui lo scontro tra partiti laici, vicini all’esercito ed eredi dell’esperienza del rais Nasser, e i Fratelli Musulmani è sempre stato molto aspro. E al Cairo si è risolto anche questa volta con l’intervento di carri armati. Era il luglio 2013 infatti quando la popolazione è scesa nuovamente in piazza questa volta contro Morsi, richiamando l’intervento dell’esercito. Da allora la fratellanza è fuori legge e ogni movimento ad essa ispirato è considerato illegale. In Tunisia e in Marocco invece si è assistito di recente a un repentino affievolirsi del peso politico degli islamisti. Un percorso, in questi due casi, di natura politica e non militare. A Tunisi nello scorso mese di luglio il presidente Kais Saied ha congelato il parlamento al cui interno Ennadha rappresentava il partito di maggioranza relativa. Nel farlo, il capo dello Stato si è appellato all’articolo 80 della Costituzione, da applicare in caso di emergenze o difficoltà governative. Saied ha voluto rispondere allo stallo in cui era caduta l’azione governativa tunisina, a fronte della necessità di urgenti e incisive riforme da portare avanti. Ennadha si è fortemente opposta a questa scelta, ma i cittadini al momento sembrano premiare Saied. Gli ultimi sondaggi attestano un gradimento di quasi l’80% per il presidente e inoltre, in caso di elezioni, il primo partito sarebbe quello dei desturiani, i nostalgici di Ben Alì. Ennadha otterrebbe soltanto il 10% dei consensi, fuori quindi dal giro che conta.

In Marocco le elezioni ci sono già state. A settembre le consultazioni hanno bocciato sonoramente i partiti collegati ai Fratelli Musulmani. Dopo dieci anni di maggioranza relativa in parlamento, le formazioni islamiste sono passate da 125 a 13 seggi. A vincere invece è stato il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti, capeggiato dal nuovo premier Aziz Akhannouch. Di orientamento liberale, l’affermazione della nuova formazione politica di maggioranza ha segnato un corso diverso per il Marocco rispetto a quello avviato nel 2011.

Perché l’Islam politico è entrato in crisi

Tunisia e Marocco sono due casi importanti da tenere in considerazione in quanto in entrambi i casi, al netto delle tensioni delle ultime settimane a Tunisi, la perdita di consenso per i Fratelli Musulmani ha seguito un percorso meramente politico. In questi due Paesi nel 2011 l’avanzata dell’Islam politico sembrava inoltre quasi irreversibile o comunque destinata a durare a lungo. La crisi dei partiti vicini alla fratellanza potrebbe quindi avere diverse cause. In primo luogo, derivanti dall’incapacità di portare avanti le azioni di governo. Se in Tunisia a diventare popolare è stato un presidente che ha congelato il parlamento e se in Marocco, dopo dieci anni di governo, gli islamisti hanno perso più di cento seggi, vuol dire che nell’azione amministrativa qualcosa è andato storto. A Tunisi è stata soprattutto l’incapacità di Ennadha a dar risposte concrete alla crisi economica a penalizzare l’ala conservatrice/islamista. A Rabat i cittadini invece hanno voluto premiare le forze più vicine al riformismo del sovrano e più lontane dall’Islam politico.

In secondo luogo, tramontata l’enfasi delle rivolte del 2011 e notate le fatali conseguenze che la primavera di dieci anni fa ha avuto in molti Paesi arabi oggi ancora in guerra, molti cittadini hanno preferito allontanarsi dalle posizioni più estreme. Per l’intero nord Africa e per tutto il medio oriente è forse questa la più importante lezione. Lì dove i Fratelli Musulmani vengono sfidati sul piano politico, i partiti a loro collegati nel medio periodo sono destinati a perdere le posizioni acquisite. Una lezione che vale anche per l’occidente. Potrebbe essere infatti questo il momento ideale per il ritorno al dialogo con forze più moderate.