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La seconda guerra del Nagorno Karabakh è terminata con la firma della dichiarazione trilaterale di Russia, Azerbaigian e Armenia del 10 novembre 2020, che ha effettivamente concluso il conflitto fra Armenia e Azerbaigian protrattosi per tre decenni. La dichiarazione conteneva molte clausole importanti che, oltre ad aver garantito la cessazione delle ostilità militari, hanno permesso la deoccupazione dei rimanenti territori azeri, incluse le città di Kalbajar, Agdam e Lachin, senza ulteriori combattimenti.

Tra le clausole della dichiarazione ve ne erano alcune riguardanti lo scambio reciproco dei prigionieri di guerra e degli ostaggi, così come il recupero dei loro corpi (articolo 8), e lo sblocco di tutte le rotte di trasporto e di comunicazione economica (articolo 9). La dichiarazione conteneva anche altre importanti disposizioni, comunque sia, questo articolo non si concentrerà sull’implementazione della dichiarazione in sé. Invece, l’idea è di sottolineare quanto sia importante che entrambe le parti, Armenia e Azerbaigian, dimostrino che stanno sforzandosi ugualmente e genuinamente di costruire una pace durevole nella regione.

Le mosse dell’Azerbaigian

Per la prima volta dal 1991, ossia da quando Armenia e Azerbaigian hanno riacquistato la loro indipendenza, entrambi i Paesi potrebbero sfruttare genuinamente le nuove opportunità di questo secondo dopoguerra e aprire tutti i corridoi economici, di comunicazione e di trasporto. La firma della nuova dichiarazione trilaterale di Mosca, avvenuta l’11 gennaio 2021, ha ufficializzato lo sblocco di tutte le rotte di trasporto e di comunicazione economica nella regione e ha affidato ai rilevanti corpi governativi di Russia, Azerbaigian e Armenia l’incarico di avanzare proposte concrete per lo stabilimento del corridoio del Nakhchivan, o di Mehri.

L’osservazione degli eventi che hanno avuto luogo dopo la dichiarazione del 10 novembre permette di dimostrare come l’Azerbaigian sia sinceramente impegnato a far funzionare le cose; ciò è reso evidente dal suo atteggiamento di massima cooperatività. Ad esempio, in ragione delle condizioni climatiche dovute all’inverno, l’Azerbaigian ha risposto positivamente ad una richiesta da parte armena, filtrata attraverso la Federazione russa, di prolungare di dieci giorni (dal 15 novembre al 25 novembre) il termine entro il quale le forze armate armene e la popolazione armena di Kalbajar, ivi stanziatesi durante l’occupazione, avrebbero dovuto lasciare la regione.

Sfortunatamente, questa mossa cooperativa da parte azera non è stata contraccambiata. Al contrario, la popolazione armena si è impegnata in un’opera di saccheggio su larga scala a Kalbajar – dove ha distrutto e bruciato case, abbattuto alberi, tagliato le linee di trasmissione dell’elettricità e danneggiato infrastrutture e monumenti culturali e religiosi. L’esempio più tristemente evidente di questa attività di saccheggio è stato fornito dalla rimozione degli affreschi ottocentenari dalle pareti del monastero di Khudaveng (Dadivang) di Kalbajar.

Le provocazioni che rallentano la normalizzazione

Un altro esempio della buona volontà azera è stato il ritorno dei corpi, in linea con l’articolo 8 della dichiarazione trilaterale del 10 novembre circa lo scambio dei prigionieri di guerra e dei cadaveri: l’Azerbaigian ne ha restituiti alla parte armena più di quanti ne abbia ricevuti in cambio. L’Azerbaigian ha restituito circa milleduecento corpi al personale militare armeno dalla firma della dichiarazione del 10 novembre; il numero è di gran lunga inferiore dall’altro lato. Inoltre, entro fine dicembre, l’Azerbaigian aveva restituito all’Armenia 58 dei suoi cittadini prima detenuti, mentre l’Armenia aveva liberato soltanto 14 cittadini azeri. A ciò si aggiunga che, già nel pieno corso della guerra e quindi prima che lo scambio di prigionieri e corpi fosse sistematizzato dalla dichiarazione del 10 novembre, l’Azerbaigian aveva dichiarato molte volte di essere pronto a restituire, in maniera unilaterale, i corpi al personale armeno attraverso il corridoio di Tovuz.

Per di più, non dovrebbe essere trascurato il fatto che l’Azerbaigian abbia permesso ai cittadini armeni di continuare ad utilizzare parti dell’autostrada Gorus–Kafan che passano dai territori nuovamente liberati. Purtroppo, in luogo di apprezzare questa mossa costruttiva da parte dell’Azerbaigian, dei radicali armeni hanno imbrattato con graffiti offensivi la segnaletica raffigurante la mappa azera posta lungo la parte azera della strada. Video di armeni che criticano il loro governo e l’Azerbaigian per aver piazzato questo cartello lungo l’autostrada Gorus–Kafan sono divenuti virali in rete.

Queste azioni, naturalmente, aumentano l’animosità e riducono le possibilità della riconciliazione tra i due stati — soprattutto perché l’Azerbaigian è stato piuttosto coerente nei suoi sforzi di dimostrare una posizione di massima cooperatività, specialmente quando si è trattato, e si tratta, di soddisfare i bisogni della gente comune. A riprova di questo fatto, l’Azerbaigian ha consentito agli operatori della pace russi che distribuissero aiuti umanitari per alleviare le condizioni affrontate dalla popolazione armena residente nelle aree sotto il loro controllo e ha facilitato il movimento di beni attraverso il territorio; beni trasportati su rotaia fino alla città di Barda e poi su strada nel Nagorno Karabakh. L’Azerbaigian ha permesso che una tale assistenza avesse luogo in considerazione dell’arrivo dell’inverno pur non avendo alcun obbligo in materia, come ha recentemente fatto notare il presidente Ilham Aliyev.

Sfortunatamente, alcune forze irredentiste in Armenia continuano a provare che il loro interesse è il rovesciamento di questo fragile stato delle cose. L’Azerbaigian, di recente, ha condotto un’operazione antiterrorismo contro milizie armene nell’area boschiva che circonda la città liberata di Hadrut, nel distretto di Khojavand, e ha arrestato dozzine di cittadini armeni che, dopo la dichiarazione del 10 novembre, entravano nel Paese attraverso il corridoio di Lachin per condurre atti di sabotaggio.

Il bisogno di reciprocità

Non c’è bisogno di dirlo, ma questi incidenti minano le possibilità di conseguire una pace e una sicurezza durature nel Caucaso meridionale. Le buone azioni, le buone intenzioni e la buona fede non dovrebbero caratterizzare soltanto una delle parti; i risultati migliori si conseguono quando sono reciproche. Pur evitando di cadere nell’errore nel pregiudizio, è chiaro che gli sforzi dell’Azerbaigian in direzione del superamento dell’animosità e della costruzione di fiducia con l’Armenia non siano ancora contraccambiati. Ad ogni modo, l’implementazione degli importanti accordi raggiunti per porre fine alla guerra sarà possibile soltanto attraverso il compromesso e degli sforzi genuini di natura reciproca. Questo è vero non soltanto in relazione all’implementazione della dichiarazione del 10 novembre 2020, ma anche per quanto riguarda la dichiarazione trilaterale di Mosca dell’11 gennaio 2021 che ha promesso di portare le relazioni tra Armenia e Azerbaigian ad un nuovo livello a mezzo dell’apertura di tutte le rotte di trasporto, di comunicazione ed economiche della regione facendo leva sul corridoio del Nakhchivan.

Entrambi i Paesi dovrebbero cercare di voltare le pagine più buie della loro storia condivisa; ed entrambi dovrebbero fare dei passi in direzione dell’altro per dare al Caucaso meridionale una reale possibilità di cooperazione e stabilità. Gli sforzi unilaterali non produrranno dei risultati concreti e potrebbero cadere, infine, nel dimenticatoio. È importante che entrambe le parti assumano degli atteggiamenti cooperativi l’una con l’altra a beneficio della costruzione di una “Pax Caucasia“: un Caucaso meridionale stabile e unito.

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