7 miliardi di euro: è questo il deficit tra i contributi versati dall’Italia all’Unione europea e i fondi ricevuti in cambio da Bruxelles per programmi di coesione, contributi a programmi sponsorizzati direttamente dall’istituzione comunitaria e investimenti della Politica agricola comune (Pac). A certificarlo la Corte dei Conti nella recente “Relazione annuale 2019 – I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei fondi comunitari”, relativa all’anno 2018, approvata dalla Sezione di controllo per gli Affari comunitari e internazionali dell’istituto di Viale Mazzini con la delibera numero 16/2019, in cui sono passati al setaccio i flussi finanziari in entrata e in uscita e le tipologie di risorse che hanno alimentato il bilancio europeo.

La conclusione non è certamente fraintendibile, come fa notare Agenzia Nova: “nel 2018 l’Italia ha versato all’Unione, a titolo di risorse proprie, la complessiva somma di 17 miliardi (+23,1 per cento rispetto all’anno precedente), mentre l’Unione ha accreditato complessivamente al nostro Paese nel 2018 la somma di 10,1 miliardi, con una significativa forbice tra contributi ed accrediti. Il saldo netto negativo si accentua quindi sensibilmente e ciò accade nonostante si registri un aumento sensibile degli accrediti (+6,5 per cento) rispetto al precedente esercizio, in cui l’importo delle assegnazioni era pari a 9,5 miliardi in termini assoluti”.

L’Italia si conferma ai primi posti nella classifica dei contributori netti dell’Unione. Dal 2001 ad oggi per Roma il saldo è sempre stato negativo, con un picco passivo nel 2011 di quasi 6 miliardi di euro, anno della grave crisi dello spread, superato solo nell’anno preso in esame da Viale Mazzini. Nel 2016 il gap a sfavore del bilancio italiano era pari a 2,3 miliardi, con quasi 14 miliardi versati e poco più di 11,5 ricevuti. L’Italia non beneficia nemmeno dei dividendi politici della maggiore contribuzione.

Francia e Germania, ad esempio, hanno presentato negli ultimi anni deficit che si aggiravano, rispettivamente, attorno agli 8 e 13 miliardi di euro, trovandosi però in una posizione politica tale da compensare con l’influenza, il controllo delle nomine strategiche e delle politiche di lungo corso dell’Ue una spesa che si è rivelata, a conti fatti, più un investimento che un onere. Berlino, per limitarci a casi recenti, ha piazzato la nomina di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione, Parigi controlla la Bce con Christine Lagarde e avrà dal bilancio Ue da essa finanziato uno stimolo all’industria strategica nazionale coi primi programmi comuni di difesa.

E l’Italia? L’Italia entrata in Europa più europea degli europei non ha saputo portare avanti l’interesse nazionale e, ora, può solo recriminare. Per aver finanziato costantemente con i suoi miliardi un’architettura ad essa sfavorevole. Per proseguire nella sua sindrome di Stoccolma anche quando le illusorie velleità di riforma del governo giallorosso si sono dimostrate evanescenti (prima fra tutte la speranza di un “superdeficit”). Per contribuire a programmi come il Mes, tanto onerosi per le casse nazionali quanto destinati, per regolamento funzionale ai Paesi del Nord Europa, a escludere con le loro prescrizioni l’Italia dalle politiche di assistenza.

La Corte dei Conti lo certifica statisticamente: l’Europa è attualmente un investimento senza ritorni per l’Italia, che tuttavia sconta enormi limiti politici nella sua azione nel Vecchio Continente. Non abbiamo saputo, in passato, essere capaci di sviluppare una strategia incisiva: sul medio periodo Roma si troverà, senza ombra di dubbio, costretta a un sostanziale immobilismo. Mentre tra Parigi e Berlino si consolida l’asse che detta legge nel continente.