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Il braccio di ferro a distanza tra Elon Musk e Bill Gates ha polarizzato il discorso sul coinvolgimento dei grandi protagonisti della finanza Usa nella campagna presidenziale americana. Ma tra Donald Trump e Kamala Harris la presa di posizione dei grandi protagonisti della finanza e dell’economia Usa è stata più articolata dei singoli endorsement dei due uomini simbolo, Musk per il fronte repubblicano e Gates per quello democratico.

La scelta di Jeff Bezos, Ceo di Amazon e patron del Washington Post, di non schierare la testata della capitale con uno dei due candidati è apparsa in controtendenza con un trend che vede “politicizzati” molti big del sistema americano. Forse più che nel recente passato.

Più miliardari in campo per Harris, più donazioni per Trump

A sommi capi, la questione si può riassumere in questo modo: il numero di miliardari che sostengono Harris è ad oggi maggiore di quelli scesi in campo per Trump, 82 contro 52 secondo una conta di Forbes; The Donald, però, vede un peso maggiore dei miliardari che lo sostengono sul totale dei finanziamenti ricevuti.

Trump ha ricevuto dai miliardari 568 milioni di dollari, oltre un terzo dei suoi finanziamenti elettorali, contro i 127 (6% del totale dei fondi) di Harris, ha sottolineato il Financial Times. Di conseguenza, se i miliardari pro-Harris preferiscono dare un endorsement politico e personale, quelli pro-Trump sono nettamente più propensi a donare ai suoi comitati d’azione politica (Pac).

Infine, si è rotta una tradizionale polarizzazione della grande finanza e dell’imprenditoria a stelle e strisce, che vedeva i miliardari del tech e molti esponenti della finanza istituzionale sostenere i democratici e i grandi tycoon dei settori tradizionali spingere sui repubblicani.

La stessa scelta di Musk di sostenere Trump, per ragioni che vanno principalmente ricercate in prese di posizioni politiche e nella visione della destra libertaria di cui l’uomo più ricco al mondo si fa portavoce, lo conferma. Il miliardario di origine sudafricana è infatti imprenditore del settore tecnologico e della transizione energetica, con Tesla, SpaceX, Starlink e altre aziende che pescano in campi storicamente democratici.

Non solo Musk e Gates

Slate ricorda che almeno due donatori hanno battuto le donazioni di Musk a Trump: “Timothy Mellon, l’erede miliardario di una fortuna della Gilded Age, ha donato una cifra sbalorditiva, 125 milioni di dollari , a un super PAC pro-Trump. È più delle donazioni combinate di 3 milioni di americani tipici che danno 40 dollari a testa. Miriam Adelson, la vedova del magnate dei casinò Sheldon Adelson, ha contribuito con 100 milioni di dollari , tra le altre cose, per aiutare a finanziare un’ondata di acquisti pubblicitari pro-Trump in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania”. The Donald accarezza l’idea di confermare i tagli fiscali avviati nel 2017 e molti big della finanza e dell’impresa lo seguono.

Ma paradossalmente proprio contro il presunto impatto de-stabilizzante di queste politiche stanno prendendo posizione i miliardari filo-Harris, guidati da Dustin Moskovitz, co-fondatore di Facebook, che ha donato 38 miliardi al Pac Future Forward, e il collega di LinkedIn Reid Hoffman, in campo con 10 milioni. Entrambi hanno definito “inflazionistiche” le proposte di Trump, e al loro fianco si è schierato Michael Bloomberg, ex repubblicano e già sindaco della città nativa di Trump, New York. Si nota che il fattore di condizionamento principale è il giudizio su Trump prima ancora che un sostegno alle politiche di Harris: in quest’ottica, in quanto figlio del loro stesso ambiente i miliardari possono amare, odiare, apprezzare o criticare The Donald ma non possono certamente ignorarlo. Finanza e politica si sommano e compenetrano negli States, in un voto in cui il peso del grande capitale, soprattutto per il ritorno in campo di Trump, è oggi più dirimente che mai.

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