La Libia nel 2020 a un certo punto è riuscita nell’impresa di avere non solo più governi e più istituzioni, ma anche due premier dimissionari contemporaneamente in carica. A Tripoli a settembre Fayez Al Sarraj aveva annunciato l’intenzione di staccare la spina all’esecutivo da lui guidato, ad Al Beyda, città della Cirenaica, Al Thani in estate sull’onda delle proteste popolari aveva dichiarato di lasciare la guida del governo vicino al parlamento di Tobruck (ma non riconosciuto dall’Onu). Situazioni oggi parzialmente rientrate. Al Sarraj è ancora al suo posto, in Cirenaica la presenza o meno del governo di Al Beyda appare quasi un dettaglio della vita politica. Tuttavia negli ultimi mesi le trattative politiche e diplomatiche volte a dare un governo unitario al Paese potrebbero portare a profondi mutamenti. E la corsa ai posti più rilevanti è appena cominciata.
Derby misuratino all’orizzonte?
Non si ancora quando, né in quale occasione, l’unica cosa certa emersa negli incontri tenuti sotto l’egida delle Nazioni Unite nella seconda parte del 2020 è che la Libia avrà un nuovo consiglio presidenziale. Al posto di quello attuale composto da nove membri e nominato nel vertice di Skhirat del 2015, dovrebbe insediarsi un nuovo organo composto da tre membri, uno per ciascuna delle regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Altra differenza con la situazione attuale sarà con ogni probabilità la separazione della figura del presidente del consiglio presidenziale con quella del premier. Al Sarraj dal 2016 è sia capo dell’esecutivo che numero uno del consiglio presidenziale. Il problema, non da poco, è capire chi assumerà questi incarichi. Indubbiamente la poltrona più ambita è quella del premier. Il capo del consiglio presidenziale potrebbe infatti avere un mero ruolo rappresentativo, a contare di più sarà la guida dell’esecutivo.
La poltrona di primo ministro potrebbe andare a un leader di Misurata. La città Stato è quella più influente nel contesto politico libico. Da qui provengono le più importanti milizie del Gna, la sigla che riunisce l’insieme delle forze a sostegno del governo di al Sarraj, così come da qui arrivano gli uomini politici più importanti della Tripolitania. Tra questi, due sono attualmente i più attivi: da un lato l’attuale ministro dell’Interno Fathi Bashaga, dall’altro l’attuale vice presidente del consiglio presidenziale, Ahmed Maitig. Entrambi stanno provando ad accreditarsi come figure capaci in grado di traghettare la Libia.
Bashaga è molto vicino alla Turchia, principale sponsor di Tripoli, ma nei giorni scorsi si è recato in Egitto per una prima storica visita in un Paese da sempre considerato vicino al generale Haftar. Tra ottobre e novembre, in qualità di ministro dell’Interno, ha avviato una campagna di arresti nei confronti dei più pericolosi capi milizia, tra cui il potente trafficante Bija. Per Baghaga sembra essenziale accreditarsi come uomo in grado di riportare l’ordine in Libia. Maitig dal canto suo sta provando a passare come uomo del dialogo. É stato lui, non a caso, ad incontrare lo stesso Haftar oppure uomini a lui vicini per sbloccare la vicenda relativa al blocco delle esportazioni di petrolio decretato dal generale a gennaio. Bashaga e Maitig si stanno giocando le proprie carte. Tuttavia, specialmente nella Libia di oggi, non è detto che a un determinato attivismo politico corrisponda un’ipoteca sulle nomine.
Chi controllerà la Libia?
Tra i due litiganti, recita uno dei detti più popolari (e ben conosciuto anche in Libia), il terzo gode. Il derby misuratino potrebbe portare all’emersione di altre figure maggiormente concilianti o viste come più neutrali. Il vero problema è che, non emergendo un’unica figura in grado di trascinare il Paese verso la riunificazione, occorre trovare difficili e complicate mediazioni in grado di far convergere sia gli equilibri interni che quelli dettati dalle potenze straniere. Un gioco di veti incrociati e di diffidenze reciproche in grado di bloccare ulteriormente gli sforzi in vista di un futuro governo. Potrebbe emergere, tra le tempeste di sabbia del Sahara che soffiano su Tripoli, la figura di Mustafah Sanallah, attuale leader della Noc, la società petrolifera. Per i libici il suo nome è una vera garanzia: come scritto su InsideOver da Alessandro Scipione, Sanallah è “pulito” e ha dato prova di efficienza riuscendo a mantenere unita l’azienda che tiene a galla l’economia libica. Ma tenere unito il Paese è un’impresa ancora più difficile. Sanallah lo sa e difficilmente assumerà ruoli politici.
Potrebbe anche uscir fuori il nome di Saif Al Islam Gheddafi, l’erede politico di Muammar. Ma proprio in virtù del cognome che porta, non è detto possa essere visto come figura unitaria. Le incognite e i rebus permangono, mentre la Libia sta per entrare nel suo decimo anno di guerra.
Sul campo Lna e Gna rafforzano le posizioni
Intanto, mentre la politica fatica a chiudere il cerchio, si torna ad avere preoccupazione sul fronte militare. Fonti locali hanno riferito ad AgenziaNova di movimenti di mezzi e uomini dell’esercito di Haftar da Bengasi verso Sirte. La città, in mano dal 6 gennaio ad Haftar, è al confine tra i territori controllati dal generale e quelli in mano al Gna. Il sospetto è di un rafforzamento del fronte propedeutico a nuovi scontri. Anche perché nel frattempo, dall’altra parte della barricata, proseguono i voli cargo dalla Turchia verso la base militare di Al Watiya, usata dai turchi come quartier generale. Anche in questo caso è forte il sospetto di una corsa alle armi in grado di far riaccendere gli scontri dopo il cessate il fuoco siglato ad agosto.