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Il prossimo 12 dicembre in Alabama i cittadini si recheranno alle urne per eleggere il Senatore destinato a occupare il posto lasciato vacante da Jeff Sessions a febbraio dopo la nomina ad Attorney General da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. La sfida è di quelle importanti, dato che il Senato di Capitol Hill vede il Partito Repubblicano detenere una risicata maggioranza sulla controparte democratica ed entrambe le formazioni vedono il voto in Alabama come un’anteprima importante degli equilibri destinati a prodursi nel Paese nelle elezioni di mid-term del 2018.

A confrontarsi, in Alabama, saranno due politici provenienti dai corpi della magistratura, in continuità con Sessions, divenuto responsabile nazionale per la Giustizia: i democratici schierano Doug Jones, 63enne ex U.S. Attorney per il distretto settentrionale dello Stato celebre per la sua lotta al Ku Klux Klan, mentre al contempo il Grand Old Party farà affidamento su Roy Moore, 70enne ex guida della Corte Suprema dell’Alabama, la cui persona è stata a più riprese discussa nel mondo politico e informativo statunitense. Moore è stato recentemente interessato da numerose accuse rivolte nei suoi confronti da parte di donne che hanno accusato di aver ricevuto, in passato avance e molestie sessuali da parte dell’ex procuratore, che ha peraltro negato fermamente queste voci che non hanno, al momento, ricevuto conferma da parte di testimoni terzi credibili ma testimoniano il grado di asprezza del dibattito sulla sua figura.

Risulta infatti molto più pertinente e interessante parlare del ruolo giocato da Moore quale portatore delle istanze dell’America profonda che hanno fermentato a lungo nel Paese prima di esprimersi, lo scorso anno, in occasione della travolgente campagna presidenziale di Donald Trump. Famoso per le sue posizioni ultaconservatrici, Moore ha ricevuto notorietà nazionale a causa dei due contestati casi in cui è stato rimosso dall’incarico di Chief Justice della Corte Suprema dell’Alabama per episodi che hanno movimentato l’opinione pubblica.

Nel 2003, Roy Moore sfidò un verdetto che imponeva la rimozione di un monumento ai Dieci Comandamenti da lui commissionato dagli uffici della Corte Suprema dell’Alabama e incorse nella sanzione dell’Alabama Court of Justice che lo rimosse dall’incarico,  mentre più recentemente, nel maggio 2016, dopo la rielezione alla carica avvenuta nel 2013, Moore ha ricevuto un’istanza di sospensione a causa della perpetrazione di un bando ai matrimoni omosessuali dichiarato incostituzionale dai giudici di Washington.

La postura politica di Roy Moore risponde alla visione di una fascia importante dell’elettorato di uno Stato dalla tradizione fortemente conservatrice come l’Alabama: rifiuto dell’aborto e dell’estensione dei diritti civili, critica all’immigrazione accusata di fomentare la distruzione di posti di lavoro per i cittadini statunitensi, sostanziale opposizione nei confronti del Big Government e delle tradizionali élite di Washington, accusate di aver lasciato da parte i forgotten men, i cittadini dimenticati, a cui fa seguito una critica della retorica dell’eccezionalismo americano e delle istanze di libero commercio.

Una piattaforma fortemente radicata nell’America profonda di cui l’Alabama è un perfetto rappresentante, la stessa America profonda che ha spinto verso la Casa Bianca Donald J. Trump il quale, dopo la completa “istituzionalizzazione”, ha tuttavia rifiutato di offrire il proprio endorsement a Moore nel corso delle primarie, preferendogli Luther Strange, risultato poi sconfitto al ballottaggio. In occasione delle primarie, nel mese di settembre, si consumo lo strappo tra il Presidente e Steve Bannon, che allora accordò a Moore la propria preferenza, reiterandola di recente in occasione della marcia di avvicinamento al voto del 12 dicembre. 

I sondaggi di opinione danno Roy Moore e Doug Jones sostanzialmente appaiati, accordando all’ex leader della Corte Suprema dell’Alabama un leggero vantaggio: il voto del 12 dicembre risulterà decisivo per capire se il movimento di base che ha contribuito a guidare Trump verso la conquista della presidenza è ancora capace di produrre proiezioni politiche vincenti e mettersi in luce di fronte all’opinione pubblica americana. Una vittoria di Moore, infatti, porterebbe necessariamente il Grand Old Party di fronte a una nuova, necessaria, analisi introspettiva e rafforzerebbe l’ala più rigorosamente conservatrice in vista delle decisive elezioni di metà mandato.