I russi hanno un forte attaccamento per l’Italia e tutto ciò che ha a che fare con la cultura artistica del Belpaese, ma anche con quella enogastronomica. Dopo l’emanazione delle controsanzioni russe a carico dell’Unione Europea, in risposta a quelle politiche, economiche e diplomatiche emesse da Bruxelles nel luglio 2014, le filiere agroalimentari italiane sono state messe a dura prova, vedendo calare il loro export di importanti fette di mercato, come le punte dell’82% che hanno colpito i prodotti agricoli della Basilicata durante il 2015.

Proprio quest’anno si può considerare l’anno della svolta per i rapporti commerciali bilaterali tra Mosca e Roma, facendo riferimento ad una legge nazionale russa che proponeva agli investitori stranieri nuove forme di partnership economiche, che tagliassero di gran lunga gli scambi commerciali, favorendo la produzione in loco. Fa così la comparsa sulla scena la nuova strategia dell’import substitution che, invece che importare i beni prodotti dall’Italia, come si era fatto da Mattei in poi, si sarebbero prodotti direttamente in loco, promuovendo istituti giuridici come le joint venture tra imprenditori russi e stranieri, in quote almeno paritarie affinché fosse concesso alle persone giuridiche non russe di avviare attività economiche entro i confini della Federazione.

Così tanti imprenditori italiani, che in precedenza giovavano dei dorati guadagni derivanti dall’export, hanno cominciato ad esportare il proprio know-how oltreconfine, e andando a costruire una nuova ossatura industriale per la Russia, mai dotata di un vero e proprio sistema economico, vista la larga dipendenza dalla commercializzazione di idrocarburi. E gli imprenditori italiani, coadiuvati anche dalle istituzioni di rappresentanza diplomatica e commerciale presenti in loco, sembrano essere in corsa per raccogliere questa sfida. Secondo i dati pubblicati dall’ICE, e riportati dal suo direttore dell’Ufficio di Mosca, Pier Paolo Celeste, i dati sulla ripresa dell’esportazione italiana in Russia sono confortanti, tuttavia ancora inferiori a quelli di paesi come Francia e Germania. Lo stesso direttore esorta gli imprenditori a prendere coraggio ed investire in Russia, dove vi è un ampio margine di inserimento e di successo.

Le merci più colpite dalle controsanzioni del 2014 riguardavano principalmente il comparto agroalimentare, di cui l’Italia rappresenta un leader del settore per quantità ma soprattutto qualità. I russi sono un popolo notoriamente appassionati di gastronomia italiana, con il Parmigiano ed il prosciutto crudo a farla da padrone. Anche Eataly ha provato a far leva sull’amore dei russi per il Made in Italy, privato tuttavia di queste due colonne portanti dell’eccellenza gastronomica italiana. È così dunque che Yuri Tetrov, principale attore dell’avventura Eataly a Mosca, si è messo alla ricerca di fonti di approvvigionamento di Parmigiano Made in Russia – with Italy. Questa nuova formula, che prevede lo sfruttamento di risorse prodotte in Russia ma con expertise proveniente dal Belpaese, sembra la nuova frontiera per ripristinare una situazione incresciosa venuta a crearsi da quasi quattro anni a questa parte.

In vista dell’International Agricultural Dairy Forum, che si terrà a Mosca i prossimi 8 e 9 novembre, Assolatte – l’Associazione Italiana dei produttori caseari -, presenterà ufficialmente il nuovo maxi-progetto che coinvolgerà una serie di imprenditori italiani e russi del settore. Nel distretto Dmitrovsky, a Nord di Mosca, verrà inaugurato un complesso produttivo costituito da sette stabilimenti per un’estensione totale di 17 ettari, che garantirà una produzione di 12.000 tonnellate di formaggi e prodotti caseari di vario genere, tra cui ovviamente una versione accettabile del parmigiano prodotto in Centro Italia. L’investimento della regione di Mosca in tale progetto ammonterebbe a circa 5 miliardi di rubli, vale a dire 75 milioni di euro, cui si aggiunge l’invito per gli imprenditori italiani a prendere parte attiva al progetto e contribuire in maniera determinante con il proprio know-how, fondamentale affinché questo polo non diventi soltanto l’ennesimo produttore di un insapore “parmezàn” alla russa.

Le paure dell’associazione di categoria riguarderebbero un effetto post-sanzioni largamente negativo per gli esportatori italiani, una volta rimosso il regime sanzionatorio tra i due paesi, vedendo i produttori italiani non entrati nel mercato russo, largamente penalizzati da chi invece ha avuto il potenziale economico di affrontare la sfida dell’import substitution. Va da sé che il problema riguarderebbe i piccoli e medi produttori, forzatamente costretti a restare in patria per via degli enormi costi di ricerca e la giungla burocratica russa. Tuttavia, politici e diplomatici russi ritengono che il regime delle sanzioni resterà in auge ancora per molto tempo, vista anche la stagnazione della soluzione politica del conflitto in Ucraina.

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