Le acque circostanti la penisola coreana sono tornate nuovamente a ribollire in seguito alla decisione del comandante delle forze della U.S. Navy stanziate nell’Oceano Pacifico, Ammiraglio Harry Harris, di inviare lo strike group basato sulla portaerei USS Carl Vinson nella regione marittima prospiciente uno degli scenari più tesi della moderna geopolitica. L’invio della portaerei e della sua flotta di supporto, che comprende anche cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke, ha rappresentato la risposta degli Stati Uniti al più recente test missilistico compiuto dalla Corea del Nord, annunciato nella giornata del 5 aprile dal governo di Pyongyang, e testimoniato l’effettivo esaurimento della “pazienza strategica” del governo di Washington e, soprattutto, la svolta interventista dell’amministrazione Trump. Allo stato attuale delle cose, la tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord è alle stelle, dato che la dialettica tra i due Paesi è entrata in un pericoloso circolo vizioso: Washington mantiene una posizione dura verso il regime di Pyongyang e il suo programma nucleare, espressa chiaramente dal National Security Advisor H. R. McMaster in una recente apparizione televisiva, mentre al tempo stesso Kim Jong-un pare intenzionato a sottolineare il ruolo di “assicurazione sulla vita” dell’armamento atomico, ritenuto la migliore garanzia contro qualsiasi tentativo di regime change pianificato da Washington. Tale contrapposizione non è in ogni caso sufficiente a delineare l’elevato grado di complessità dello scenario, nel quale rientrano apertamente tanto le aspirazioni della Corea del Sud quanto gli interessi vitali della Repubblica Popolare Cinese nella penisola.Storicamente la Corea del Nord è stata, assieme al Pakistan, la nazione più strettamente e saldamente alleata di Pechino; l’esistenza stessa del “Regno Eremita” ha valenza strategica per la Cina, che in esso ha sempre visto un utile asset necessario a “mantenere lo status quo ai confini orientali e fungere da cuscinetto nei confronti della Corea del Sud e delle truppe statunitensi lì stanziate”, come scritto da Riccardo Banzato nel numero di Limes di dicembre 2016. Negli ultimi anni, tuttavia, tale corrente strategica è stata progressivamente sorpassata, e la Cina non ha mai voluto farsi legare le mani dal supporto incondizionato al regime dei Kim, criticando a più riprese l’avventurismo nucleare e le controverse strategie di Pyongyang e unendosi alle sanzioni economiche internazionali: nella giornata del 19 febbraio, ad esempio, la Cina ha deliberato lo stop delle importazioni di carbone nordcoreano, da decenni fulcro del commercio tra i due Paesi, per tutto il 2017. Negli anni dell’espansione delle sue prospettive geopolitiche, il pragmatico governo cinese di Xi Jinping non ha certamente intenzione di lasciarsi impantanare dall’alleanza con Pyongyang: qualsiasi possibilità di un rilancio della partnership economica con il vicino nordcoreano è frenata dall’incostanza di Kim Jong-un e dagli screzi politici palesatisi con particolare ardore dopo la morte del fratellastro del leader Kim Jong-nam. Al momento, per Pechino risulta molto più produttivo coltivare la partnership commerciale con la Corea del Sud, che nonostante la sua attuale, gravissima crisi politica interna , rimane un importante partner economico: l’accordo di libero scambio siglato da Pechino e Seul nel dicembre 2015 ha coronato un dialogo bilaterale iniziato con la normalizzazione delle relazioni diplomatiche nel 1992 ed è destinato a fungere da importante presupposto nel caso in cui, nei prossimi mesi, le evoluzioni interne della politica sudcoreana portino a un allineamento pro-cinese del contesto regionale in caso di vittoria alle elezioni presidenziali del candidato riformista Moon Jae-in.Il confronto diretto, in ogni caso, rimane quello tra Cina e Stati Uniti: la contemporaneità tra le prime due azioni strategiche d’ampio respiro dell’amministrazione Trump, l’attacco alla base siriana della provincia di Homs e il dispiegamento navale nelle acque coreane, e la visita in Florida del Presidente Xi Jinping rappresenta una chiara dimostrazione della contrapposizione tra le sfere geopolitiche delle due superpotenze. Trump pare intenzionato ad avviare il rollback strategico dell’influenza cinese nell’Oceano Pacifico, e in questo senso la pressione militare sulla Corea del Nord può essere considerata alla stregua di una misura indiretta volta a far sentire a Pechino la presenza di Washington nella regione. La Cina, al momento, si trova allineata con la comunità internazionale nella condanna agli atti impulsivi della Corea del Nord, ma non è sicuramente intenzionata a lasciare al suo principale concorrente geopolitico mano libera in una regione che la vede coinvolta in prima persona nel tentativo di tirare le briglia dell’ondivago governo di Pyongyang e coltivare pazientemente i suoi interessi in Corea del Sud. Ciò che si può constatare di certo è il fatto che, una volta di più, i destini delle due Coree si giochino lontano dai loro confini. Pyongyang e Seul, pressate tra Washington e Pechino, non sono fondamentalmente padrone del proprio destino, in quanto in un modo o nell’altro i loro sviluppi futuri saranno inevitabilmente condizionati dal grado di coinvolgimento politico, economico e militare che le due superpotenze decideranno di stabilire attorno al 38° parallelo.