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Politica

La Corea scossa dalle proteste: gli Usa vogliono che Seoul entri in guerra contro l’Iran

La Corea del Sud starebbe valutando un possibile coinvolgimento a Hormuz in seguito a possibili pressioni statunitensi.

In Corea del Sud cresce l’insofferenza nei confronti degli Usa. Negli ultimi giorni diversi manifestanti si sono riuniti davanti allo Yoon Gate di Camp Humphreys, la più grande installazione militare statunitense all’estero, situata a una sessantina di chilometri a Sud di Seoul, per protestare contro il possibile dispiegamento di forze militari sudcoreane nello Stretto di Hormuz per aiutare Washington nella guerra contro l’Iran.

Gli attivisti accusano inoltre gli Stati Uniti di fare pressione sul governo guidato da Lee Jae Myung affinché si unisca in maniera diretta al conflitto. A sollevare la questione troviamo un gruppo di residenti di Pyeongtaek e membri di partiti politici, oltre a organizzazioni della società civile e gruppi religiosi.

La miccia è stata innescata quando il ministero della Difesa di Seoul, una settimana fa, aveva inviato una squadra di valutazione nella regione mediorientale per esaminare sul campo le condizioni dello Stretto di Hormuz.

L’ombra del coinvolgimento militare in Medio Oriente

Tanto è bastato per far credere a una fetta dell’opinione pubblica sudcoreana che la loro nazione possa avventurarsi in chissà quale operazione bellica all’estero. Le autorità sono state costrette a spiegare che non sono state prese decisioni in merito all’invio di truppe e, soprattutto, hanno respinto le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti avrebbero fissato una scadenza entro la quale la Corea del Sud dovrebbe inviare risorse militari in Medio Oriente.

“È assolutamente incomprensibile che il governo stia valutando l’invio di truppe in Medio Oriente senza una parola di obiezione e senza nemmeno spiegare all’opinione pubblica le ragioni per farlo”, ha dichiarato Kim Jae Yeon, presidente della sezione di Pyeongtaek del Progressive Party. Il pastore Park Jeong In, ha riferito Agence France Press, ha chiesto a Washington di smettere di “fare pressione sulla Corea del Sud affinché invii truppe per una guerra ingiusta di aggressione in nome dell’alleanza”. “Le vite e la sicurezza dei cittadini di una nazione sovrana non devono essere trattate come semplici strumenti al servizio degli interessi militari degli Stati Uniti”, ha proseguito.

Secco il comunicato ufficiale del ministero della Difesa sudcoreano, nel quale si legge che la squadra di valutazione mobilitata è stata inviata in Medio Oriente soltanto per “valutare la situazione nello Stretto di Hormuz”. Il team starebbe esaminando il quadro politico e le condizioni di sicurezza della regione, e la sua visita non implicherebbe alcun successivo dispiegamento di truppe. Il ministero ha quindi respinto le voci secondo cui gli Stati Uniti farebbero o avrebbero fatto pressioni sulla Corea del Sud.

La posizione della Corea del Sud

“La Corea del Sud è in strette consultazioni con la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, sulle misure per fornire un contributo concreto al rapido ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e alla pace e alla stabilità del Medio Oriente”, ha fatto sapere la portavoce del ministero Chung Binna. Ha inoltre sottolineato che non è stato deciso alcun piano specifico per l’invio di truppe sudcoreane in Medio Oriente.

Eppure i manifestanti continuano a sostenere che Seoul non dovrebbe inviare forze militari nello Stretto in nessuna circostanza, neppure per fornire “supporto non combattente”. Chiara la posizione degli attivisti: a loro avviso cedere alle pressioni statunitensi comprometterebbe gli sforzi nazionali per rafforzare una difesa autonoma e perseguire una diplomazia indipendente.

A luglio il governo di Lee aveva affermato di star conducendo una “revisione completa delle modalità per fornire contributi concreti” volti a garantire la libertà di navigazione in quel di Hormuz. In occasione del vertice Asean andato in scena a Manila in quei giorni, il segretario di Stato stautnitense, Marco Rubio, rilasciava inoltre parole emblematiche: “Non glielo abbiamo chiesto oggi (di aiutarci a Hormuz ndr). Penso che sia comunque nel loro interesse. Se si guarda alla regione, dipendono fortemente dal petrolio e dal gas naturale che provengono da questa parte del mondo”.

In ogni caso, nel momento in cui scriviamo, a Busan, in Corea del Sud, si sta tenendo il Korea-US Integrated Defense Dialogue, un colloquio biennale di alto livello sulla Difesa che potrebbe e dovrebbe toccare anche il nodo Medio Oriente. Presenti al tavolo, tra gli altri, Kim Hong Cheol, viceministro della Difesa di Seoul, e George Lemeur, vicesegretario aggiunto alla Guerra degli Stati Uniti per l’Asia orientale.

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