Un governo guidato da più di due mesi da un presidente ad interim. Un presidente messo in stato d’accusa, arrestato e poi rilasciato, in attesa di due sentenze: una sull’impeachment, che potrebbe clamorosamente riabilitarlo o depennarlo per sempre dalla politica, e una sull’accusa di ribellione, reato per il quale esistono pene come ergastolo e pena di morte.
E ancora: il partito di opposizione che denuncia un complotto inscenato per uccidere il proprio leader. I militari, in silenzio, che osservano con un occhio l’evolversi di una situazione paradossale e con l’altro gestiscono le esercitazioni congiunte annuali con gli Stati Uniti, attirandosi le minacce di Kim Jong Un. Benvenuti in Corea del Sud, dove è in corso ormai da mesi un vero e proprio K-drama in salsa politica con Yoon Suk Yeol protagonista assoluto del racconto.
Yoon è l’ex presidente sotto impeachment che attende di capire quale sarà il suo destino, mentre Lee Jae Myung (ne abbiamo parlato qui) è il leader del Partito Democratico di Corea (DPK), il principale partito di centrosinistra del Paese. Il primo può contare su una base di accaniti sostenitori disposti a tutto pur di “salvare” il loro “guerriero” dalle grinfie dei “giudici corrotti e comunisti”. Lee, anche lui alle prese con alcuni guai con la giustizia (legati a presunte violazioni della legge elettorale), sarebbe invece finito al centro di un complotto e rischierebbe la vita.

Tensione massima
Gli ingredienti per un finale drammatico ci sono tutti: Yoon e Lee, i due principali leader nazionali, acerrimi rivali e invischiati in più o meno torbidi problemi con la legge; una società civile polarizzata, con i due estremi – i pro Yoon e gli anti Yoon – che potrebbero alimentare violenti scontri, rivolte contro le istituzioni o chissà cos’altro; l’ombra di un complotto contro il volto dell’opposizione, il citato Lee, l’uomo che vorrebbe rapporti più distesi con Cina, Corea del Nord e Russia; e le immancabili minacce rappresentate dai missili e dalle intimidazioni di Kim Jong Un.
La Corea del Sud è a un passo dal baratro e non è un caso che alcuni commentatori abbiano iniziato – forse esagerando – a vedere i prodromi di una possibile guerra civile. C’è addirittura chi, unendo paure remote, fatti plausibili e ipotesi fantapolitiche, è terrorizzato da un eventuale colpo di stato militare.
“Stiamo elaborando dei piani tenendo conto degli scenari peggiori“, ha intanto dichiarato Lee Ho Young, Commissario generale facente funzioni dell’Agenzia nazionale di polizia. Gli agenti potranno usare spray al peperoncino o manganelli nel caso in cui, in seguito all’esito della sentenza di impeachment, dovessero esplodere violenze simili a quelle verificatesi durante la rivolta dei sostenitori di Yoon lo scorso gennaio. Allerta massima e tolleranza zero sono dunque le due parole chiave per i funzionari di Seoul.

Un complotto per assassinare il rivale di Yoon?
In mezzo a tutto questo sono forse passate in secondo piano le notizie secondo cui il DPK ha chiesto la protezione della polizia per il suo leader, Lee Jae Myung, dopo aver scoperto un presunto complotto per ucciderlo, costringendo il politico a saltare una manifestazione di protesta contro Yoon.
Pare che il piano prevedesse l’impiego di non meglio specificati agenti segreti in pensione per eliminare Lee, utilizzando armi di contrabbando di fabbricazione russa. La dirigenza del partito ha spiegato di aver ricevuto messaggi di testo nei quali si avvertiva che qualcuno avrebbe introdotto armi da fuoco nella manifestazione e che le avrebbe usate per neutralizzare il politico.
Ricordiamo che nel gennaio 2024, a Busan, Lee è già stato vittima di un attentato. Mentre stava rispondendo alle domande di alcuni cronisti ed era circondato dai suoi sostenitori, qualcuno del pubblico gli si era avvicinato apparentemente per chiedergli un autografo. In realtà, era un aggressore che lo avrebbe accoltellato al collo con una lama lunga tra i 20 e i 30 centimetri. Lee si sarebbe salvato per miracolo.


