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Esiste un principio in sociologia secondo il quale il variare lento ma progressivo di una situazione porta inevitabilmente a subirne passivamente gli effetti. È stato espresso da Noam Chomsky con la metafora della “rana bollita”: se si mette una rana in una pentola d’acqua e la si riscalda progressivamente, la rana resterà placida nella pentola sino a morire bollita, se invece la si getta direttamente in acqua bollente questa salterà via. Non è un principio con valenza scientifica, per carità, ma serve a chiarire l’approccio che si deve tenere riguardo alla geopolitica ed in particolare ai suoi risvolti più prettamente militari. Per avere un quadro il più possibile aderente alla realtà e fornire un abbozzo di previsione si deve osservare attentamente i dati con occhio critico mettendo bene in relazione la loro sequenza temporale.

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La situazione in Estremo Oriente è stata più volte disaminata dalla nostra rubrica, prendendo in considerazione i vari aspetti di uno scacchiere complesso ed in cui giocano diversi attori che possono essere alleati su alcuni fronti ed avversari su altri: si chiama geopolitica.

La Corea del Nord sta rappresentando negli ultimi mesi un fattore destabilizzante non solo per quanto riguarda il suo riarmo missilistico e per il suo programma nucleare, bensì perché due potenze globali si stanno giocando una partita nella regione dell’Estremo Oriente e Pyogyang diventa palestra di questo confronto: gli Stati Uniti di Trump sono passati dall’obamiana politica di “soft power” e disingaggio per “responsabilizzare” gli alleati dell’area, e la Cina di Xi Jinping che sta mettendo in atto la propria politica di benessere e prosperità chiamata “Nuova Era” tramite espansione commerciale e territoriale (Mar Cinese Meridionale docet).
Tenendo ben presente questo principio è arrivato il momento di tirare le somme di quanto sta accadendo, e quanto sta accadendo non sembra essere rassicurante.

Cominciamo dagli Usa

L’ultima notizia che è trapelata, poi parzialmente smentita, è che l’Usaf abbia ripreso i voli di pattugliamento dei bombardieri B-52, una componente fondamentale della triade atomica, che erano stati sospesi con la fine della Guerra Fredda. In realtà, sempre secondo fonti ufficiali americane, non ci sarebbe stato nessun cambiamento nello stato di allerta della flotta dei bombardieri atomici americani, gli unici insieme al B-2 “Spirit” ad aver la possibilità di questo tipo di attacco da quando a tutti i B-1B “Lancer” è stata tolta la possibilità di impiegare armamento atomico di caduta o missilistico. Però diplomaticamente parlando Washington ha dato un segnale a Pyongyang e a Pechino.

Ancora recentemente si è saputo che un’unità navale americana che incrociava nel Mar del Giappone ha ricevuto un “warno” ovvero un preavviso di allerta di impiego operativo. La nave, armata di missili da crociera “Tomahawk” avrebbe potuto quindi ricevere l’ordine di colpire obiettivi nordcoreani con le nuove testate perforanti “bunker buster” fortemente volute dalla Us Navy.

Sempre parlando di missili da crociera, qualche mese fa, in risposta all’ennesimo lancio missilistico nordcoreano, si è visto arrivare nel porto di Busan, in Corea del Sud, lo USS “Michigan” (SSGN-727), un sottomarino nucleare lanciamissili da crociera classe “Ohio” modificato. Questo gigante dei mari, così come le sue 3 unità gemelle, è armato con ben 154 missili “Tomahawk” ed è quindi in grado di avere una potenza di fuoco quasi pari a quella di un Carrier Strike Group col vantaggio di essere praticamente invisibile sino al momento del lancio dei missili (o fino a quando non lo si vede in porto come strumento di pressione politica) e quindi rappresenta l’arma più efficace per un attacco di sorpresa: al largo del Mar del Giappone potrebbe lanciare una salva di missili senza praticamente dare abbastanza preavviso alle forze di difesa nordcoreane (o cinesi).

Oltre ai sottomarini si sono viste esercitazioni navali congiunte; l’ultima delle quali ha visto partecipare lo Strike Group della portaerei “Ronald Reagan” insieme alla marina sudcoreana nelle acque ad est e ovest della Penisola. Non è stata di certo la sola esercitazione che si è vista da quelle parti: sono ben note, soprattutto a Pechino e a Pyongyang che non cessa di vederle come una mera provocazione, le esercitazioni “Foal Eagle” e “Ulchi Freddom Guardian” che annualmente si ripetono nell’area.

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Meno periodici, anzi del tutto straordinari, i voli dei bombardieri strategici convenzionali B-1B che almeno in un paio di occasioni hanno lambito il confine del 38esimo parallelo partendo da Guam ed addirittura venendo rischierati per breve tempo in Corea del Sud. A questi voli la risposta della Corea del Nord è stata, come sempre accade, vibrante e piena di retorica militaresca arrivando addirittura a minacciare di abbatterli anche se venissero a trovarsi a sorvolare il mare prospiciente le coste nordcoreane. Nei fatti la possibilità che le vetuste difesa aeree nordcoreane possano abbattere il bombardiere americano sono ben poche, però a livello diplomatico rappresenta comunque un segnale da non sottovalutare.
Attività alacre in questi mesi anche per le aerocisterne americane e per gli aerei radar, che insieme agli aerei da spionaggio elettronico RC-135 si sono visti pattugliare i confini nordcoreani e fare ripetute “incursioni” ai limiti dello spazio aereo cinese senza considerare i sorvoli delle isole Spratly da Pechino considerate ormai come annesse al territorio cinese.

Basta questo per parlare di guerra imminente?

Ovviamente no, una guerra convenzionale richiede tempo per essere organizzata: prima dell’attacco in Iraq nel 1991 gli Stati Uniti fecero confluire nell’area del Golfo Persico uomini e mezzi per mesi a partire dall’agosto del 1990, attaccando solamente nel gennaio dell’anno successivo. In questo momento le forze americane terrestri non sono in stato di preallarme e non è prevista nessuna mobilitazione straordinaria (non ancora), però Washington per la prima volta ha nell’area due portaerei: oltre alla già citata “Ronald Reagan” la “Theodore Roosevelt” è arrivata nella zona di operazioni della Settima Flotta, come ampiamente predetto da queste colonne. Certo se si analizza la mobilitazione delle forze navali, ed in particolare delle portaerei, durante la Prima Guerra del Golfo – tra Golfo Persico, Mar Rosso, Mediterraneo e Mare Arabico ce n’erano 6 – la presenza di sole due portaerei fa sorridere, però bisogna considerare due fattori: il primo è che gli Stati Uniti del 2017 sono in piena fase di ristrutturazione delle Forze Armate rispetto a quelli del 1990 appena usciti dalla Guerra Fredda, secondo, fattore ancora più importante, una seconda portaerei in zona rappresenta un messaggio chiaro e forte che alza il livello della tensione.

Come facciamo a capire quando e se gli americani attaccheranno?

Molto banalmente, oltre a guardare dove sono le portaerei, si deve prestare orecchio agli eventuali ordini di evacuazione del personale civile americano dalla Corea del Sud e dal Giappone, Paesi a rischio attacco di rappresaglia nordcoreana, ma Trump potrebbe decidere di giocarsi il fattore sorpresa saltando questa fase.
Bisogna però tenere presente che gli Stati Uniti in caso di attacco preventivo incapperebbero nelle ire cinesi, dato che Pechino ad agosto ha fatto sapere che se gli Usa dovessero attaccare per primi reagirebbero di conseguenza, cosa che non avverrebbe in caso di primo attacco nordcoreano. Anche per questo la diplomazia, nella persona del Segretario di Stato Rex Tillerson – che con ogni probabilità verrà presto esautorato da Trump –  è al lavoro per cercare di portare Pechino sulla stessa sponda di Washington, ma questa eventualità, anche al netto degli accordi commerciali e della futura visita del Presidente degli Stati Uniti in quel Paese, ci sembra per ora molto lontana: la Corea del Nord rappresenta, seppur scomodamente, uno Stato cuscinetto che tiene lontani gli Usa ed i loro alleati dai propri confini, messi già a repentaglio dallo schieramento del sistema ABM THAAD (e del suo potente radar) in Corea del Sud.

Se guerra con la Corea del Nord sarà il rischio del coinvolgimento cinese diventerebbe più di una lontana ipotesi – come sostengono gli stessi analisti americani sarebbe del 50% – ed in un certo senso addirittura converrebbe agli americani risolvere la “pratica cinese” in questo momento storico in cui la Cina si sta rinnovando invece di aspettare la prossima decade quando, secondo le previsioni del Partito Comunista Cinese, avrà compiuto il penultimo passo verso la “prosperità” economica e militare che tanto agogna, senza contare che sarebbe un modo efficace di saldare la cambiale del debito pubblico che Washington deve a Pechino.   

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