Ha distribuito decine di pistole “speciali” ai suoi alti ufficiali, quindi è stato immortalato seduto in mezzo a loro per commemorare, lo scorso 27 luglio, il 67esimo anniversario dell’armistizio che ha posto fine alla Guerra di Corea (1950-1953). Sopra le armi, come ha riportato il quotidiano nordcoreano Rodong Sinmun, c’è inciso il suo nome nome: Kim Jong Un. Un chiaro segno della lealtà che i generali gli devono.

Al di là della foto che ha fatto il giro del mondo, il presidente della Corea del Nord ha illustrato, indirettamente, quale sarà la nuova politica estera di Pyongyang. Tutto ruota attorno all’arsenale nucleare, un vantaggio che Kim non ha in alcun modo intenzione di sacrificare. “Grazie al nostro affidabile ed efficace deterrente nucleare di autodifesa, non ci sarà più una parola come guerra su questa terra. La sicurezza nazionale e il futuro del nostro Paese saranno garantiti per sempre”, ha dichiarato il Grande Maresciallo. Dalle parole di Kim emerge chiaramente l’intenzione di non voler rinunciare alle armi nucleari, visto che solo loro garantiscono la sicurezza (e la tenuta) del governo nordcoreano.

L’importanza del nucleare

Kim ha tenuto un importante discorso in cui ha affermato che la Corea del Nord ha cercato in tutti i modi di diventare uno “Stato nucleare” con “un potere assoluto” per prevenire un’altra guerra e che ora ha costruito un tale deterrente. “Ora, siamo passati a essere un Paese che può difendersi in modo affidabile e incrollabile da pressioni ad alta intensità e minacce militari e ricatti da parte di reazionari imperialisti e forze ostili”, ha aggiunto il leader.

Questo significa che la richiesta degli Stati Uniti di procedere a un negoziato di pace, almeno per il momento, è destinata a restare in stand-by. Ricordiamo che Donald Trump si era detto disponibile a partecipare a un nuovo summit con Kim solo di fronte a prospettive di reali progressi sul fronte del processo di denuclearizzazione di Pyongyang.

Dalla Casa Bianca fanno sapere che Washington ha intenzione di mantenere la promessa fatta da Trump in occasione del summit di Singapore, svoltosi nel 2018. Il presidente americano aveva offerto all'”amico” Kim garanzie di sicurezza in cambio della totale denuclearizzazione della penisola coreana. Da quel momento, nonostante altri due incontri, non ci sono stati progressi diplomatici. Anzi: i due Paesi si sono incolpati a vicenda sulle cause del congelamento delle relazioni.

La mossa di Kim

Chiunque sottovaluterà la Corea del Nord “pagherà un caro prezzo”, ha tuonato Kim. Chiaro il messaggio lanciato agli Stati Uniti, che – a detta di Pyongyang – avrebbero potuto (e dovuto) proseguire lungo il percorso del dialogo anziché lanciare frecciatine fuori luogo. La sensazione è che il presidente nordcoreano non si fidi più dell’offerta americana, ormai raffreddata da settimane di stallo.

Rispetto all’ultimo summit, inoltre, ci sono due fattori da considerare. Il primo: l’ascesa di Kim Yo Jong, sorella di Kim ritenuta da alcuni esperti artefice principale della nuova svolta internazionale nordcoreana. Miss Kim, infatti, sarebbe molto diffidente tanto della Corea del Sud quanto, soprattutto, delle promesse statunitensi. Il secondo fattore riguarda invece la presunta diffusione del Covid oltre il 38esimo parallelo. Dal momento che il virus ha letteralmente isolato il Paese dal resto del mondo, la Corea del Nord potrebbe non aver intenzione di affrettare i tempi.

Anche perché, per il momento, nonostante i limiti sanitari, la relazione privilegiata tra Pyongyang e la Cina basta a tenere in piedi il sistema politico di Kim. Come ha fatto altre volte in passato, il leader nordcoreano ha dimostrato di non avere alcuna fretta. Sono gli Stati Uniti che devono schiarirsi le idee sul da farsi e proporre al Grande Maresciallo una proposta concreta. In caso contrario non c’è alcun problema: l’arsenale nucleare è quanto basta per assicurare a Kim un futuro prospero.

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