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L'”Ardua Marcia” evocata da Kim Jong Un non si riferisce a una nuova iniziativa lanciata dal governo per sviluppare armamenti moderni, costruire, a tempo record, quartieri residenziali oppure raggiungere rilevanti obiettivi economici. Lo sforzo richiesto dal leader nordcoreano a tutto il popolo sottintende una grave difficoltà economica con la quale sarebbe costretta a fare i conti la Corea del Nord, e richiama un triste precedente. Per la prima volta in assoluto, Kim ha chiesto al Partito dei Lavoratori e ai cittadini di prepararsi a intraprendere un’altra sfida per superare l’impasse.

Siamo di fronte a una chiamata alle armi forse prevedibile, viste le rigide misure anti Covid adottate dal Paese che hanno letteralmente abbattuto i (pochi, a causa delle sanzioni) flussi commerciali con l’esterno, ma che giunge in maniera inaspettata. Anche perché il rimando è alla carestia degli anni ’90, la cosiddetta Great Famine, che provocò la morte di un numero indefinito di persone. Le fonti sono discordanti: c’è chi parla di centinaia di migliaia di vittime, tra le 220 e le 650 mila, e chi, addirittura, forse esagerando, di 3.5 milioni.

La stima ufficiale della Corea del Nord, effettuata nel 1999, parla di 220 mila morti, cioè dell’1% dell’intera popolazione nazionale presente prima dello scoppio della carestia. Altre indiscrezioni sottolineano come alcune province situate nel nord-est siano state colpite ancor più duramente. Il tasso di mortalità di Hamgyong, ritenuta la più colpita, potrebbe aver raggiunto vette elevatissime, con il 12% della popolazione deceduta. In ogni caso, il rimando a un evento del genere non può certo essere dovuto al caso.

Il messaggio di Kim

Kim è stato piuttosto schietto nell’enunciare ai quadri del Partito la situazione che si troverebbe ad affrontare la Corea del Nord. Il presidente aveva spiegato, nelle scorse settimane, che il Paese doveva affrontare la situazione “peggiore in assoluto” a causa di diversi fattori, tra cui la pandemia da coronavirus, le sanzioni guidate dagli Stati Uniti e i disastri naturali. Eppure, la grande novità rispetto ai precedenti avvisi, sta tutta nel parallelismo esplicito con la carestia degli anni ’90. ”

Ho deciso di chiedere alle organizzazioni del Partito dei Lavoratori della Corea, a tutti i livelli, compreso il suo Comitato Centrale e i segretari delle cellule dell’intero partito, di intraprendere un’altra marcia ardua, più difficile, per alleviare le difficoltà, anche solo un po’, dei nostri cittadini”, avrebbe detto Kim ai membri del Partito al governo di livello inferiore, secondo l’agenzia coreana Kcna.

Kim Jong Un ha quindi parlato di “molti ostacoli” e “difficoltà” da superare attraverso una “battaglia” che potrebbe risultare decisiva. Scendendo nel dettaglio, nel corso dell’ultimo incontro istituzionale, il leader nordcoreano ha lasciato intendere che il miglioramento dei mezzi di sussistenza pubblici di fronte alla “peggiore situazione in assoluto” sarebbe dipeso, appunto, dalle cellule del Partito.

I rischi geopolitici

Uno scenario del genere, seppur avvolto nella nebbia, dovrebbe essere monitorato con attenzione dai principali attori geopolitici coinvolti nella questione coreana. Sia chiaro: i principali gruppi di osservazione della Corea del Nord non hanno rilevato particolari segni di carestia o disastri umanitari. I commenti di Kim lasciano tuttavia presagire quanto seriamente il governo stia prestando attenzione alla vicenda, considerata per alcuni il più grande banco di prova per il suo governo da nove anni a questa parte.

Possiamo fare un paio di ipotesi per capire l’importanza del tutto. Nel caso in cui una carestia particolarmente pungente dovesse travolgere la Corea del Nord, la Cina si ritroverebbe a fare i conti con un duplice problema non da poco. Intanto Pechino potrebbe assistere a un’invasione di profughi lungo il confine sino-coreano: una vera e propria bomba sociale da disinnescare a ogni costo. Dopo di che c’è da analizzare il rischio geopolitico: senza più il suo “cuscinetto” di separazione con la Corea del Sud, e quindi con gli Stati Uniti, Pechino si ritroverebbe il nemico americano a due passi da casa.

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