Quando nel 1949 nacque la Nato, cui qualche anno dopo si contrappose il Patto di Varsavia, organizzazione militare difensiva del mondo socialista nata per provvedere al riarmo della Repubblica Democratica Tedesca, il Mediterraneo si trovava sotto l’egemonia occidentale, cui l’Italia contribuiva con la sua corrente neoatlantista per affermarsi come primo attore del Patto Atlantico nell’area del Mare Nostrum. Parte di quest’area era però occupata dai Paesi non allineati, con i quali fu spesso difficile trattare degli accordi di alleanza politica e militare. L’unione Sovietica, invece, manteneva nel Mediterraneo soltanto le basi che si era garantita nella Siria di Assad, unico accesso ai mari caldi.Dopo la Guerra Fredda, lo scioglimento del Patto socialista e la caduta dell’Urss, l’egemonia militare atlantica nel Mediterraneo non ha avuto modo di essere messa in discussione da un concorrente militarmente, economicamente e politicamente troppo debole quale era la Russia di Boris Eltsin, già alle prese con le annose questioni legate alle Guerre Cecene e a quelle d’Ossezia. Il processo di integrazione europea dei primi anni 2000 si è dunque accompagnato ad un allargamento della sfera di influenza della Nato in larga parte dell’Est Europa, coinvolgendo alcuni Paesi che erano strategicamente importanti per la Russia: i Paesi Baltici, la Polonia, la Romania, entrano a far parte del Patto Atlantico, con la conseguente collocazione di nuovi armamenti e contingenti militari sempre più pericolosamente vicini a Mosca. Quasi a voler rendere più convincente quel deterrente nucleare che era stato protagonista di tutti gli anni della guerra fredda.Tutti i processi espansionistici condotti dagli Stati Uniti e dai Paesi alleati occidentali hanno mirato negli anni a produrre un accerchiamento della Russia, con la collocazione di una serie di basi militari e centri informativi in tutta una serie di stati direttamente confinanti con essa. La crisi politica tra Mosca e l’Occidente, iniziata nel 2007 dopo la Conferenza di Monaco del 2007 durante la quale Putin ha sottolineato il soggiogamento militare europeo in chiave anti-russa, con un primo climax nel 2008 con l’ingresso della Georgia della Nato, conosce il suo acme nel 2014 con l’acuirsi della crisi ucraina, con il primo tentativo della Russia di divincolarsi da un ulteriore avvicinamento della struttura integrata atlantica su un lato del confine russo strategicamente complicato, vista la vicinanza del Caucaso islamizzato e della massiccia presenza di armamenti russi nel Mar Nero.La presa della Crimea da parte di Mosca indica chiaramente, sotto la questione della protezione dei cittadini all’estero, il motivo principale, non già di diritto internazionale quanto di interessi geopolitici, che ha spinto la Russia a rivendicare i diritti territoriali sulla Crimea, così come successivamente è accaduto con la questione siriana. Già dopo l’abbandono dei porti albanesi da parte dei sottomarini russi nel 1960, l’Unione Sovietica ha trovato una calda accoglienza nel porto di Tartus e nella base aerea di Latakia, nella Repubblica Araba Siriana dell’allora presidente Hafez al-Assad, padre di Bashar. Dunque è chiaro come Putin sia andato a difendere una posizione strategicamente rilevante per l’apparato militare russo, con la crisi degenerata in Siria che andava a minare la presenza di Mosca nei mari caldi con vista sull’Europea spaccata dalla Cortina di Ferro.È dunque evidente come, consolidata la posizione in Siria e dei buoni rapporti con lo stato di Israele, l’influenza russa sul Medio Oriente e sull’Africa araba sono nel mirino della politica estera russa. Andiamo con ordine: la rottura tra Netanyahu e Obama ha provocato un avvicinamento rilevante, se non perlomeno una comunanza di intenti, tra Israele e Russia. Molto gradita a Mosca, tra l’altro, la nomina di Avigdor Lieberman quale Ministro della Difesa, di origini sovietiche (è nato nell’attuale Moldova) e portatore degli interessi degli ebrei russi di Israele.I rapporti tra Egitto e Russia, da Nasser in avanti, eccetto che per alcuni momenti complicati della diplomazia internazionale, si sono rivelati sempre molto cordiali, sebbene dal 1978 vi sia stato una costante presenza militare statunitense nel Paese, specie nella penisola del Sinai, onde evitare l’ingaggio di scontri armati con lo scomodo vicino Israele. Da un po’ di anni a questa parte, tuttavia, il governo di Al-Sisi ha preso a concludere vantaggiosi accordi militari con Mosca, giungendo ad effettuare esercitazioni militari congiunte all’interno del Paese, sebbene vigesse un regime di sanzioni contro la Russia a causa della crisi ucraina, e a riprendere anche la copertura delle tratte dell’aviazione civile in seguito alla stipula di un protocollo congiunto sulla sicurezza aerea.Anche i rapporti tra la Russia e l’Algeria si rivelano storicamente molto buoni, a partire già dal sostegno sovietico alla causa indipendentista algerina degli anni ’50. Algeri è un importante cliente dell’industria bellica russa, ed il suo ruolo nei rapporti con la crisi libica lo rende un partner in questo momento strategicamente rilevante per Mosca. Secondo alcuni report non ancora confermati, di fatti, la Russia farebbe arrivare sostegno militare alla causa del generale Khalifa Haftar proprio attraverso una triangolazione ufficiosa e vietata attraverso l’Algeria, poiché vige un embargo delle armi a carico della Libia dal 2011, a causa della massiccia presenza di ribelli islamisti nel Paese. Haftar è legato a doppio filo a Mosca e gode del sostegno del Ministero degli Esteri russo e di quello della Difesa, come testimoniano le visite di Haftar nella capitale russa e il colloquio in videoconferenza avuto con il ministro della Difesa Sergey Shoigu sulla Portaerei Admiral Kuznetsov dello scorso gennaio.Il tentativo da parte di Mosca di inserirsi nei colloqui per la risoluzione della crisi libica è testimoniato dalla recente visita di Al-Serraj a Mosca, nell’ottica più volte sottolineata dal Ministero degli Esteri russo di cercare una soluzione di conciliazione tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, nel quale gli interessi potrebbero essere anche e soprattutto di carattere energetico. Sia Rosneft che Gazprom, i due colossi russi degli idrocarburi, hanno visto la ripresa di accordi con la Noc, la compagnia petrolifera russa, e con lo stesso governo di Tripoli, sottoscritti anche prima della caduta del regime di Gheddafi, che con i russi intratteneva delle ottime relazioni da diversi decenni.La crescente influenza russa nella crisi libica è quindi giustificata da una fitta rete di relazioni in cui anche i vicini di casa di Tripoli sono coinvolti, e che proprio l’operato della Russia potrebbe fungere da collante vista la divergenza di intenti tra Algeria ed Egitto sul ruolo politico e militare di Haftar. Ciò che pare piuttosto evidente è il tentativo russo di rompere, in un certo qual modo, la linea compatta edificata dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Anche l’appoggio, altalenante, della Turchia di Erdogan costituisce un’incognita nella catena anti-russa tesa dalla Nato da Tallinn ad Islamabad, con la possibilità che Putin possa “uscire dall’angolo” e procedere ad un contro-accerchiamento, fatto non di armi, bensì di influenza politica ed economica.

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