A inizio marzo 2019, John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti, ha affermato che l’amministrazione di Donald Trump non aveva paura di utilizzare l’espressione “Dottrina Monroe” in riferimento al Venezuela, perché è un Paese del nostro emisfero e avere un emisfero completamente democratico è stato, fino a Ronald Reagan, l’obiettivo dei presidenti degli Stati Uniti. Queste parole rappresentano un deciso cambio di rotta rispetto alla presidenza di Barack Obama, il cui vicepresidente John Kerry pronunciò un discorso di fronte all’Organizzazione degli Stati americani (Osa) nel 2013, affermando che “l’era della Dottrina Monroe è finita. I rapporti che vogliamo intessere non si basano su come e dove interverremo negli affari di altri Paesi del continente americano”.

Ci sono solo cinque anni di distanza tra le due dichiarazioni, eppure queste riflettono il momento che si vive in America latina e il modo in cui gli Stati Uniti si rapportano con l’intera regione, considerata da sempre il loro “cortile di casa”. La “Dottrina Monroe” non è una dottrina qualsiasi. È quella che nel 1823 definì la visione che gli Stati Uniti avevano – e hanno a tutt’oggi – del proprio ruolo nella regione e del loro rapporto con il resto dei Paesi del continente. Il XIX secolo fu dominato dallo scontro tra gli Usa e le potenze coloniali europee. Il XX secolo fu quasi interamente dominato da quello con l’Unione sovietica mentre il XXI secolo, a quanto sembra, è caratterizzato dallo scontro con la Russia e la Repubblica popolare cinese. Tuttavia, nella memoria collettiva dell’America latina, la “dottrina” è sinonimo di interventi militari nordamericani, diretti o indiretti, che hanno alimentato colpi di Stato e dittature che dovevano servire gli interessi di Washington.

Al Vertice delle Americhe del 2005, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela e Argentina (Paese che ospitava il vertice) si schierarono contro l’Area di libero commercio delle Americhe (Alca), l’ambizioso progetto della Casa Bianca per la creazione di una zona di libero scambio tra i Paesi della regione, ad esclusione di Cuba. Da allora, l’influenza statunitense sulla regione si è indebolita per via dell’ascesa di vari governi di taglio progressista che hanno contestato la visione unipolare del mondo sostenuta dagli Stati Uniti dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica. Al termine del vertice, era chiaro a tutti che stava emergendo una corrente di governi che non erano disposti ad assoggettarsi ai progetti economici, politici e diplomatici della Casa Bianca, diversamente da altri Paesi, tra cui il Messico e la Colombia, la cui politica era strettamente legata a Washington. La sfida lanciata agli Stati Uniti si basava su due direttrici. Da un lato, l’istituzione di organismi regionali senza la partecipazione della prima potenza mondiale, come l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) e la Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac). Dall’altro lato, la volontà di contribuire a un mondo multipolare, rinsaldando i legami con la Russia e la Cina e promuovendo iniziative come il blocco dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), un’organizzazione senza alcun peso formale, ma che raggruppava alcuni dei Paesi più potenti al mondo.

Alfredo Bosco, Messico, San Felipe del Ocote, 2018

Il rafforzamento della corrente progressista e il fallimento dell’Alca indebolirono la posizione degli Stati Uniti nella regione fino al trionfo di Maurizio Macri in Argentina nel 2015 e alla destituzione di Dilma Rousseff in Brasile nell’agosto del 2016, che ha influito sull’ascesa di Jair Bolsonaro alla presidenza nel 2019. I cambi di governo in questi due Paesi e il radicale cambiamento di linea del presidente dell’Ecuador Lenin Moreno – attuato per distinguersi dal predecessore Rafael Correa – hanno riconfigurato lo scenario regionale tra la corrente “progressista”, nel più amplio senso della parola, e la corrente neoliberale di destra, eterogenea al suo interno, la quale si è notevolmente rafforzata.

Federico Vespignani, Honduras, Tegucigalpa, 2017

In questo contesto, il governo degli Stati Uniti ha cominciato a manifestare apertamente la sua opposizione alla crescente influenza della Russia e della Cina nella regione. Agli inizi del 2018, l’allora segretario di Stato Rex Tillerson visitò Messico, Argentina, Colombia, Perù e Giamaica, poco dopo aver partecipato a una conferenza all’Università del Texas. Il suo discorso tracciava le linee della politica del governo Trump nei confronti dell’America latina e dei Caraibi senza risparmiare critiche alla presenza di Russia e Cina. E avvertiva i governi della regione che la presenza di Pechino comportava una dipendenza a lungo termine, costosissimi prestiti e un debito insostenibile“, che la Cina stava sfruttando la sua ingerenza statale nell’economia per attrarre la regione dentro la propria orbita, e che l’America Latina non ha bisogno di nuove potenze imperiali che mirano solo a tirare l’acqua al proprio mulino. Un ignaro lettore potrebbe pensare che Tillerson stesse citando gli autori latinoamericani della “teoria della dipendenza” del secolo scorso, che descriveva la politica statunitense verso l’America latina, per spiegare cosa comporta la presenza russa e cinese nella regione. Senza menzionare – chiaramente – il rapporto conflittuale del proprio Paese con la regione stessa. Quando Tillerson arrivò a spiegare le intenzioni della Casa Bianca, affermò che gli Stati Uniti si distinguono nettamente” perché “l’approccio statunitense fa leva su benefici reciproci che contribuiscono alla crescita, allo sviluppo e alla prosperità di entrambe le parti, nel pieno rispetto del diritto internazionale e dando priorità agli interessi dei nostri partner, nonché proteggendo i nostri valori. Potete confidare negli Stati Uniti come partner multidimensionale, che giova a entrambe le parti contribuendo alla crescita economica, all’istruzione, all’innovazione e alla sicurezza”. Con parole semplici e sintetiche, Tillerson affermava che gli Stati Uniti stavano aiutando la regione in maniera disinteressata rispetto alle bieche intenzioni di Russia e Cina.

L’importanza che la Casa Bianca attribuisce alla presenza delle due potenze è emersa chiaramente nel settembre del 2018, quando il governo di El Salvador decise di interrompere le relazioni con Taiwan e allacciarle con la Cina, così come aveva fatto la maggior parte dei Paesi della regione, per molti dei quali il gigante asiatico è diventato il principale partner commerciale, scalzando dal trono gli Stati Uniti. Oggi, la Cina importa quasi il 15% del proprio petrolio dal Sud America, principalmente dal Venezuela e dal Brasile. Sin da quando le Nazioni Unite accolsero la Cina nel 1971 tra i propri ranghi, escludendo Taiwan, la regione è diventata un terreno di lotta politica, commerciale e diplomatica tra Pechino e Taipei. Per decenni Taiwan ha rifornito la regione di tecnologia, ma la situazione è mutata con l’approdo al mondo capitalista della Cina e i suoi investimenti nella regione.

Federico Vespignani, El Salvador, San Salvador, 2018

L’influente senatore repubblicano per la Florida, Marco Rubio, ha contestato la decisione del governo salvadoregno e, su Twitter, ha affermato di aver parlato con il presidente Trump per interrompere gli aiuti economici al governo di El Salvador”. E ha minacciato di sospendere gli aiuti alla “Alleanza per la prosperità”, un programma istituito nel 2014 per fornire assistenza a El Salvador, Guatemala e Honduras attraverso progetti di sviluppo. È interessante segnalare che gli Stati Uniti non assumono un atteggiamento così aggressivo nei confronti della Repubblica popolare cinese in Africa, dove le aziende cinesi fanno concorrenza a quelle nordamericane. Questo perché il fattore centrale della disputa non è l’economia, bensì l’egemonia mondiale. Nel continente africano sono infatti pochi i governi che contestano le politiche degli Stati Uniti, come invece fanno vari governi latinoamericani.

La dimensione internazionale della contesa tra le grandi potenze nella regione è un elemento fondamentale per comprendere l’importanza che Washington attribuisce alla situazione in Venezuela. Il chavismo è stato un movimento politico fondamentale nella ridefinizione degli assetti regionali e per lo sviluppo della corrente progressista che ancor oggi lotta per un mondo multipolare che non è scomparso, nonostante gli avvicendamenti elettorali e l’incarcerazione di Lula da Silva in Brasile. E questo lo sanno bene anche a Mosca e Pechino.

Foto in apertura di Marco Negri, Brasile, Rio de Janeiro,favela di Rocinha, 2016

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