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Tra il 14 ed il 16 febbraio a Monaco si è tenuta la 56esima Conferenza sulla Sicurezza che ha riunito oltre trenta capi di Stato e di governo e quasi cento ministri tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il ministro della Difesa tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer, il segretario di Stato americano Mike Pompeo, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ed il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg.

Il tema principale della conferenza di quest’anno, oltre le tematiche sui cambiamenti climatici, sulla recente emergenza “Coronavirus” e sui rapporti con la Cina, è stato la situazione dell’Occidente e la sensazione di aumentare la “westlessness”, termine coniato dal rapporto sulla sicurezza presentato durante l’evento che descrive un Occidente diviso al suo interno e guidato da forze illiberali, che sta perdendo sempre più le sue aspirazioni politiche globali.

Proprio la sensazione della fine dell’unità di intenti dell’Occidente è stata la chiave di lettura dei numerosi interventi che hanno avuto al loro fulcro il tema dell’utilità o meno della Nato ed in particolare la sua reale efficacia nel garantire gli interessi dei Paesi che ne prendono parte.

I partner transatlantici erano chiaramente divisi sullo stato dell’Occidente e sull’entità della sua crisi. Ad esempio, i partecipanti europei non sembrano condividere l’opinione del segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha visto i valori occidentali nella marcia trionfale e ha dato l’impressione che le differenze transatlantiche di opinione fossero al massimo una questione di sfumature. “Sono felice di riferire che la morte dell’Alleanza transatlantica è stata grossolanamente esagerata. L’Occidente sta vincendo, e stiamo vincendo insieme” ha detto Pompeo durante il suo intervento, e rispondendo alle accuse di chi ha sostenuto che gli Stati Uniti sembrano rifiutare di prendere le decisioni in un consesso internazionale ha risposto “abbiamo guidato 81 nazioni nella lotta contro il califfato dell’Isis. È forse questa un’America che rifiuta la comunità internazionale?”.

I dubbi dell’Europa disunita

Il segretario di Stato stava rispondendo, in particolare, ai dubbi espressi da Frank-Walter Steinmeier, presidente tedesco, che ha espressamente detto che gli Stati Uniti hanno più volte dimostrato di rifiutare la stessa idea di “comunità internazionale” agendo “a discapito di partner e alleati”.

Steinmeier si pone nel solco della frattura creata da Berlino già da qualche anno, ed in particolare dall’anno scorso, quando lo stesso cancelliere Angela Merkel si era scagliata contro il bilateralismo della Casa Bianca e a favore di una politica più multilaterale, soprattutto in seno alla Nato. I rapporti tra Germania e Stati Uniti, del resto, non sono mai stati così critici come in questi anni, con Washington che accusa Berlino di spendere troppo poco per la difesa collettiva della Nato – il famoso 2% del Pil fissato in Galles nel 2014 – ed in particolare di indirizzare i propri investimenti (pochi a dire il vero) in sistemi d’arma europei o comunque non made in Usa: mossa imperdonabile per la Casa Bianca.

Recentemente, infatti, lo stesso ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell – trumpiano di ferro e che era tra i papabili alla carica di consigliere per la sicurezza nazionale – ha avuto modo di dire che che “è davvero offensivo dare per scontato che i contribuenti americani debbano continuare a farsi carico dei 50mila e più militari americani in Germania, mentre i tedeschi spendono il loro avanzo di bilancio su programmi nazionali”. Solo l’ultimo tassello dell’ostilità di Washington verso Berlino cominciata coi dazi su acciaio e alluminio e continuata con la dura opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto che raddoppierà la linea che collega la Russia all’Europa Centrale attraverso la Germania.

Nello stesso periodo c’era anche stata l’approvazione, al Senato Usa, di un provvedimento che punisce quelle compagnie che intendano fornire aiuto a Gazprom, la compagnia di Stato russa leader nel settore idrocarburi, per la costruzione del gasdotto incriminato. Solo l’ultimo provvedimento di Washington per cercare di limitare l’afflusso del gas russo in Europa e così poterlo sostituire con il proprio gas di scisto (gas shale), il cui surplus di produzione, insieme ad un mercato dei prezzi “drogato”, provocherà l’esplosione di una nuova “bolla finanziaria” qualora non venisse largamente commercializzato.

La Germania però non sembra affatto essere candidata a guidare il fronte di una opposizione agli Stati Uniti, anzi, sembra che lamenti l’assenza di Washington dal continente europeo, ma sarebbe meglio dire dall’Europa Centrale: già da tempo, infatti, le truppe americane hanno “abbandonato” gli acquartieramenti in Germania, Belgio e Olanda per essere ridispiegate più a oriente, ovvero in quegli Stati che temono di più il risorgere della potenza militare russa: Polonia, Paesi Baltici, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca hanno visto confluire la maggior parte dei fondi stanziati per il Dipartimento della Difesa nel quadro del programma Edi (European Deterrence Initiative). Tali fondo ammontavano, per l’anno fiscale 2019, a più di 6,5 miliardi di dollari, ovvero 2,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente e quasi il doppio rispetto al 2017, anno in cui la spesa ammontava a circa 3,4 miliardi.

Tale pioggia di dollari è andata per il miglioramento di infrastrutture già esistenti in Europa Orientale, che vedono aumentata la loro capacità di accogliere le varie unità militari americane, siano essere divisioni di fanteria o stormi di aerei da caccia, ma soprattutto, nel quadro del European Contingency Air Operation Sets (Ecaos), è stato creato il concetto di Sistema di Base Aerea Dispiegabile (Dabs – Deployable Air Base System).

L’Us Air Force sarà così in grado di raggruppare equipaggiamenti come alloggi, sistemi di rifornimento, veicoli, scorte alimentari e d’acqua, parti di ricambio per velivoli e sistemi di sicurezza in un vero e proprio pacchetto base da spedire ove più necessario. E’ previsto anche il preposizionamento di altri sistemi lungo l’Europa che includono sensori meteorologici, reti di comunicazione e cibernetiche.

Tale interesse americano per l’Europa dell’Est ha ovviamente smosso le coscienze dei politici tedeschi che dimostrano di non avere una linea univoca: il ministro degli Esteri Heiko Maas ha infatti dimostrato di voler smorzare i toni proprio durante la conferenza di Monaco affermando che “credo sia un errore mettere l’Europa contro gli Stati Uniti. Siamo in un’alleanza per la sicurezza che funziona, la Nato, ma ci vogliono riforme e ne stiamo discutendo. Vogliamo incrementare il lato europeo dell’Alleanza e per farlo dobbiamo avere il consenso dell’Europa”.

Un sentimento ambiguo, quello tedesco, che è forse più dettato dalla decisione americana di spostare il fulcro della Nato a oriente abbandonando la Germania piuttosto che da un vero anelito di “indipendentismo europeo”. Del resto lo scenario globale, che Berlino, ma anche Parigi vorrebbe guidato dal multilateralismo, è preoccupante come ha avuto modo di dire il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer. Il ministro ha espressamente riferito che l’Occidente e i suoi ideali sono stati sfidati ed occorre essere “meglio coordinati a livello internazionale” oltre che essere in grado di “seguire in nostri interessi restando in corsa, anche quando il gioco si fa duro”.

La Germania non è stata l’unica, a Monaco, ad aver espresso dubbi sull’utilità ed efficacia della Nato allo stato attuale e dei valori dell’Occidente. Anche la Francia, per bocca dello stesso presidente Macron, ha affermato che c’è grande preoccupazione per il conflitto in seno all’Occidente e per la percezione che l’Occidente sia sempre più incapace di plasmare l’ordine internazionale. Aggiungendo anche che l’Europa ha una percezione delle minacce da parte della Cina che é significativamente diversa rispetto a quella dei rappresentanti degli Stati Uniti.

“Ciò che vuole l’Europa non è la stessa cosa che vogliono gli Stati Uniti” ha detto il presidente francese, sottolineando che questo atteggiamento vale per tutti i principali teatri di crisi a livello mondiale: i rapporti con la Cina (e la questione 5G), con la Russia, l’embargo contro l’Iran, la crisi in Siria.

Macron ha anche avvisato che l’Europa ha bisogno di investire più massicciamente nella sua economia proprio citando la questione della rete 5G. “Abbiamo bisogno di agire in fretta a livello europeo” ha detto “e come possiamo investire velocemente? Con iniziative europee”. Parole che forse non sono state digerite del tutto dai rappresentanti americani, sempre pronti a chiedere maggiori investimenti all’Europa ma solo se si tratta di indirizzarli oltre Atlantico.

Il presidente francese in questo senso è stato oltremodo chiaro: “la Cina sta investendo un’enorme quantità di soldi pubblici. Sta investendo nel suo futuro e allo stesso modo fanno gli Stati Uniti. Noi non siamo veloci abbastanza”. Macron quindi lancia un monito verso l’Europa ma non solo: sottolineare la crescita cinese significa dire a Washington che la politica di “ritiro” da alcuni fronti e il ripensamento dei rapporti con l’Europa sta portando ad un indebolimento dell’Occidente.

Si capisce quindi perché la Francia abbia proposto all’Europa, ormai slegata da ogni catena che il Regno Unito le imponeva in merito alla politica militare e industriale, di offrirle il suo “ombrello nucleare” offerto dalla Force de Frappe. Proposta che non piace a nessuno a cominciare proprio dai massimi vertici della Nato, Stoltenberg in testa, ma nemmeno all’altro gigante europeo che dovrebbe andare a braccetto di Parigi: la Germania.

Ancora il ministro della Difesa Kramp-Karrenbauer si è dimostrata cauta in merito alla proposta francese, dicendo che non è il caso di minare l’ombrello nucleare americano. “Voglio insistere sul fatto che la protezione di moltissimi Paesi europei è garantita dalla Nato e dall’ombrello nucleare americano” ha detto, aggiungendo che “se dobbiamo rinforzare la difesa dell’Europa lo dobbiamo fare in seno alla Nato”. Parole che sembrano mettere fine alle velleità indipendentiste francesi e che dimostrano una volta di più come la Germania, in realtà, si senta abbandonata dagli Stati Uniti e preferisca un loro rientro attivo piuttosto che imboccare una strada solitaria.

La Nato è quindi archiviata?

Nonostante, come ebbe a dire uno degli storici segretari generali dell’Alleanza Atlantica, Lord Hastings Lionel Ismay, lo scopo della Nato è di tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi” sono proprio i tedeschi ad averne bisogno ed in particolare a sentire il bisogno della presenza americana in Europa ed in particolare sul loro territorio. Che sia per continuare a investire economicamente in quel surplus commerciale che fa (momentaneamente) la loro fortuna, che sia perché la situazione delle Forze Armate è pressoché disastrosa, Berlino non sembra voler seguire Parigi nel suo tentativo di dare una dimensione più europea alla Difesa del Vecchio Continente.

Monaco, che poteva essere occasione di un ridimensionamento o reindirizzamento della Nato, in realtà ha solo dimostrato che l’Europa, o meglio la Germania e la Francia, è divisa nelle visioni strategiche. Uno dei presupposti per la nascita di una difesa europea, ovvero la deterrenza atomica, non può essere messo in atto senza Washington. La proposta francese di condividere l’ombrello atomico della Force de Frappe, appare ambigua e sembra configurarsi più come un tentativo di Parigi di condividerne gli immensi costi di gestione. Gestione che comunque farebbe capo, da ultimo, esclusivamente all’Eliseo e non al Bundestag, quindi figuriamoci alle altre cancellerie europee.

L’Europa, intesa come reale unione dei Paesi dell’Ue, brilla ancora una volta per la sua assenza in ambito decisionale e pertanto non resta che  continuare ad accomodarsi all’interno della Nato, anche per cercare di rintuzzare le velleità franco-tedesche di egemonia che si è già realizzata in diversi ambiti, tra cui proprio quello militare.

La stessa richiesta americana di raggiungere il 2% del Pil per la Difesa, se ottemperata dalla Germania, ad esempio, la proietterebbe a diventare egemone in Europa nel campo dei programmi militari, surclassando quasi sicuramente anche la Francia con la quale ha comunque stipulato importanti trattati di cooperazione. Siamo davvero sicuri di volere una Germania così forte in Europa stante le divergenze di visione strategica che ha dimostrato nei confronti dell’Italia e di altri Paesi “Mediterranei”? Non è sbagliato forse ritenere che vada messo un tetto alle spese militari slegato da una mera percentuale rispetto al Pil.