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“È tempo di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele”. Con queste parole Donald Trump ha lanciato la sua sfida al mondo. Ancora infatti non è chiaro all’interno di quale strategia si possa ascrivere questa annunciata, ma comunque improvvisa, dichiarazione del presidente degli Stati Uniti. Risulta dunque difficile comprendere come il riconoscimento della città Santa come capitale dello Stato ebraico possa servire al “processo di pace” nel quale lo stesso Trump dice di essere ancora impegnato in prima linea.

Tutto il mondo musulmano ha infatti reagito con rabbia alla scelta americana, perfino gli stessi alleati mediorientali di Washington. Al-Sisi e Mohammed bin Salman hanno entrambi espresso preoccupazione rispetto alla scelta di Donald Trump. I malumori però non arrivano solo dalla parte araba.

La comunità ebraica è divisa rispetto alla decisione di Trump

Se è vero che Benjamin Netanyahu e la sua squadra di governo hanno applaudito senza esitazioni alla storica decisione di Trump, diversa è stata invece la reazione della comunità ebraica residente in America. All’interno di questa si sta assistendo ad un acceso dibattito circa non solo la necessità di un simile atto in questo momento storico, ma anche sulla stessa legittimità del riconoscimento di Gerusalemme come capitale. Interessante a tal proposito l’analisi uscita sul quotidiano Haaretz e titolata “La comunità ebraica americana si divide nelle reazioni all’annuncio di Trump su Gerusalemme”.

Nell’editoriale emerge come la stessa comunità sia spaccata in due parti, quella di “destra” molto vicina alla politica di Netanyahu, e quella di “sinistra” più attenta alle questioni riguardanti la sicurezza dei cittadini israeliani. Malcolm Hoenlein, presidente della Conferenza dei Presidente delle Principali Organizzazioni ebraiche americane, si è espresso a favore della decisione di Donald Trump. “Sta facendo la cosa giusta”, ha detto Hoenlein. Una posizione condivisa dalla Coalizione degli ebrei repubblicani, come nel nome molto vicini all’omonimo partito, che hanno così dichiarato: “Il Presidente Trump sta facendo quello che sa fare meglio: riconoscere la realtà dei fatti. Non più false notizie, Gerusalemme è la capitale d’Israele”.

Gerusalemme capitale è una minaccia alla sicurezza di Israele

In effetti per chi è stato nella città santa è difficile dare torto a queste dichiarazioni. La comunità araba si trova ormai da tempo relegata a margine sia della città vecchia sia della parte est di Gerusalemme, ove sarebbe dovuta sorgere la capitale palestinese secondo gli Accordi di Oslo. Un punto di vista differente lo offrono invece gli ebrei americani di “sinistra”.

Il Jewish Democratic Council of America ha sì affermato che “la capitale di Israele è Gerusalemme”, ma non ha condiviso la “fretta” delle dichiarazioni di Trump senza prima aver intavolato un credibile negoziato di pace. Tale avventatezza, secondo il gruppo politco J Street, porterà solo a “minacce alla sicurezza dello Stato d’Israele”. Dichiarazioni supportate dalle prime dimostrazioni fatte dalla parte palestinese che ha già annunciato una “tre giorni di rabbia” per le strade.

Quegli ebrei ortodossi contrari alle rivendicazioni israeliane

Vi è poi una terza corrente, meno nota, ma altrettanto influente, che Haaretz si dimentica di citare. Si tratta di quegli ebrei ortodossi che negano la legittimità di un ritorno in terra santa della comunità ebraica prima dell’arrivo del “messia”. E dunque per questa ragione negano la legittimità stessa di Israele. Tale corrente si rifà in particolare al pensiero di Ahad Ha’am, moralista della storia ebraica moderna. Costui, come riportato in un editoriale uscito sul New Yorker, scrisse come le pietre del Muro del Pianto rappresentassero la distruzione della terra santa, mentre gli uomini che intorno pregavano rappresentavano la distruzione umana.

Nello stesso editoriale, scritto da un rappresentante della comunità ebraica americana, tale Bernard Avishai, si può poi così leggere: “L’affermazione che Gerusalemme Est, che include la città vecchia e i suoi trecentomila residenti arabi non cittadini, è, fin dalla Guerra dei Sei Giorni, 1967, sotto occupazione  secondo la legge internazionale è un fatto accettato da tutti tranne che da Israele”. Una posizione radicalmente diversa dalle altre. Lo scorso settembre veniva inoltre realizzato un sondaggio dall’American Jewish Committee che mostrava come il 44% degli ebrei americani non fossero d’accordo con l’eventualità di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. La decisione di Trump ha creato dunque una spaccatura anche all’interno della stessa comunità ebraica, un altro elemento, l’ennesimo, che impedisce agli osservatori di capire il senso dietro a questa decisione.