I sovranisti avrebbero dovuto mutare per sempre gli assetti dell’Unione europea, ma il blocco operato con la coalizione Ursula inizia a produrre i primi effetti. Se non altro perché di appuntamenti elettorali si tornerà a parlare tra qualche tempo. Adesso, per la coalizione che ha votato Ursula von der Leyen è il momento di cristallizzare il quadro. Non c’è la necessità di aprire troppi canali diplomatici con chi, in funzione delle scorse elezioni europee, aveva promesso che la burocrazia di Bruxelles sarebbe stata ribaltata. L'”ideologia sovranista” non avrà troppe occasioni per fare capolino, ricordando agli attori del palcoscenico continentale quale sia il loro peso consensuale tra la cittadinanza. I partiti tradizionali europei ne sono consapevoli. Il caso italiano è forse quello più emblematico: Matteo Salvini potrà capitalizzare il consenso, se andrà in coalizione con il centrodestra, alle prossime elezioni regionali. Ma se la maggioranza formata dal Partito Democratico e dal MoVimento 5 Stelle dovesse reggere da qui a fine legislatura, il leader del Carroccio sarebbe costretto ad aspettare il 2023 per poter dire ancora la sua sul piano nazionale. Sarebbero più tre anni e mezzo di stallo. Palazzo Chigi è diventata una meta lontana per il leghista.

Un discorso simile può essere fatto per la Francia di Emmanuel Macron: Marine Le Pen si sta preparando alla battaglia per quelle che noi chiameremmo elezioni amministrative ma, considerando che le presidenziali in cui ha trionfato En Marche! si sono svolte nel 2017, i lepenisti del Rassemblement National dovranno attendere il 2022 per provare l’ennesimo assalto all’Eliseo. E c’è sempre l’incognita del doppio turno: quello è uno dei sistemi elettorali con cui il tagliafuori alla maniera della coalizione Ursula viene messo in campo con più facilità. Angela Merkel, come annunciato dalla stessa Bundeskanzlerin, abdicherà nel 2023, cioè in concomitanza con la scadenza del suo mandato. Alternative fur Deutschland, come verificatosi nella tornata valevole per la Sassonia e Brandeburgo, può incrementare i consensi. Ma da qui a diventare il primo partito tedesco ce ne passa. E in questo caso l’incognita, quella che può sbarrare la strada anche in caso di risultati eccezionali per i sovranisti teutonici, ha il nome di Grosse Koalition. In Olanda si è votato due anni fa. Thierry Baudet dovrà accontentarsi della panchina per i prossimi tre anni. Il Brexit Party di Nigel Farage dipende dalla parabola di Boris Johnson: l’ex leader dell’Ukip ha offerto al premier britannico un’alleanza condivisa, per non far sì che i due partiti non siano contrapposti alle possibili elezioni anticipate. In questo caso i sovranisti potrebbero addirittura fare la storia d’Europa, mettendo a segno il punto decisivo per la Brexit nella sua versione più estrema, quella che non passa da un accordo con l’Unione europea. Non è ancora noto, però, se in ottobre i britannici saranno davvero chiamati ad esprimersi, in quello che diventerebbe una sorta di secondo referendum. Anzi, Boris Johnson non sembra avere intenzione di scendere da quello scranno, specie dopo il lungo percorso che gli ha consentito di divenire primo ministro.

Vale la pena parlare del caso dell’Austria, che è la nazione in cui le elezioni legislative, per via dell’improvvisa caduta dell’esecutivo popolar-populista coordinato da Sebastian Kurz, si terranno tra meno tempo: il 29 settembre. Lo schema potrebbe essere riabilitato, quello con il Partito popolare di Kurz e il Partito della Libertà, che questa volta ha candidato Norbert Hofer. Ma anche in relazione a questo caso di specie esistono delle variabili poco prevedibili: il sistema proporzionale può coadiuvare la nascita di coalizioni diversificate.

Passiamo così alla Spagna, dove Pedro Sanchez non ha ancora trovato la quadra per la formazione dell’esecutivo. Nel caso in cui si rivotasse e la coalizione di centrodestra trovasse prima la vittoria numerica e poi un programma comune per reggere le redini spagnola, allora anche Vox di Santiago Abascal avrebbe la sua opportunità. Ma il premier incaricato non cederà lo scettro senza colpo ferire.

Tralasciando il blocco di Visegrad, dove il sovranismo e il conservatorismo sono maggioritari da tempi non sospetti, appare chiaro come in buona parte degli Stati europei i sovranisti rischino di rimanere nel pantano per un periodo di tempo abbastanza prolungato. Uno stallo dal quale semplicemente non si può uscire. A meno che i governi attualmente in carica, tanto quelli appena nati quanto quelli insediatisi tempo fa, cadano. Offrendo alle formazioni euroscettiche una possibilità di rivalsa.