Le proteste e le violenze che hanno recentemente colpito diversi Stati latinoamericani, come Cile e Bolivia, si sono estese anche alla Colombia. Qui, nella giornata di giovedì, oltre duecentomila persone sono scese nelle strade, prendendo parte allo sciopero generale, per protestare contro la possibile implementazione di misure di austerità, per manifestare contro la corruzione e per criticare il governo per non aver onorato l’accordo di pace del 2016 con il gruppo ribelle marxista delle Farc. Le dimostrazioni, perlopiù pacifiche, sono degenerate in scontri in alcune città come a Bogotà e Calì mentre tre persone hanno perso la vita nella provincia della Valle del Cauca. Centinaia, invece, i feriti tra dimostranti e poliziotti. Bogotà ha smentito di voler effettuare riforme del sistema pensionistico o lavorativo e anche qualora fosse ha confermato che essere verrebbero concordate con i gruppi di riferimento.

La situazione

Le autorità, nel tentativo di arginare le dimostrazioni che sono proseguite anche nella giornata di venerdì, hanno proclamato il coprifuoco, a partire dalle nove di sera, nella capitale Bogotà mentre la stessa misura è stata implementata anche nella città di Calì. La situazione attuale presenta molteplici rischi: da un lato ci sono gli abusi da parte delle forze di polizia, con undici episodi già sotto inchiesta, che rischiano di fomentare ancora di più la rabbia popolare mentre dall’altro si sono registrati episodi di saccheggio di supermercati e persino il furto di un autobus pubblico da parte dei manifestanti più facinorosi. Il caos, inoltre, potrebbe facilitare le azioni dei gruppi legati al narcotraffico: tre poliziotti sono rimasti uccisi e dieci feriti nello scoppio di una bomba a Santander de Quilichao, nella provincia sud-occidentale di Cauca, dove sono attivi diversi gruppi criminali. La Colombia è una nazione particolarmente fragile: per oltre cinquant’anni, sino al 2016, è stata oggetto del violento confronto tra il governo centrale ed il gruppo ribelle marxista delle Farc, un’insurrezione che ha provocato centinaia di migliaia di morti. Il fragile accordo di pace che ha posto fine al conflitto sembra, però, a rischio: alcune fazioni delle Farc hanno proseguito la lotta armata, almeno 150 ex-combattenti sono stati uccisi e 627 leader sociali ed attivisti, responsabili dell’implementazione su scala locale dell’accordo, hanno perso la vita. L’esecutivo conservatore di Ivan Duque è stato accusato di non aver fatto abbastanza per proteggere queste persone.

Le prospettive

In Colombia più che altrove, dunque, l’instabilità potrebbe causare danni molto seri. Il Paese continua ad essere preda di gruppi legati al narcotraffico ed oltre alle Farc dissidenti sono presenti anche i paramilitari di destra e le milizie dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), di sinistra radicale, con cui non è stato ancora siglato un accordo di pace definitivo. La nazione non è stata del tutto pacificata ed anche i risultati raggiunti potrebbero subire degli scossoni che rischiano di far crollare la fragile impalcatura su cui si reggono. Gli Stati Uniti, probabilmente, osservano con preoccupazione quanto sta accadendo a Bogotà: la Colombia è un fedele alleato di Washington, con cui l’attuale esecutivo conservatore condivide anche la stessa ideologia politica e confina con l’odiato Venezuela, dove la crisi umanitaria non si ferma. Bogotà potrebbe probabilmente giocare, qualora non venga eccessivamente destabilizzata, un ruolo nella futura risoluzione delle vicende che hanno colpito Caracas e pertanto i suoi equilibri interni sono piuttosto importanti.

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