Hillary Clinton non si può escludere dal novero di coloro che si candideranno alle primarie dei Democratici. La voce, in realtà, circola da un anno esatto. Ma adesso c’è qualche elemento in più per provare ad immaginare una vera e propria discesa in campo da parte della grande sconfitta delle presidenziali del 2016. Hillary Clinton ne ha parlato con la Bbc. L’ex segretario di Stato ha dichiarato di essere sottoposta a “enormi pressioni”. Non sono in pochi, quindi, a domandarle di riprovarci. La versione è verosimile. Se non altro perché la campagna elettorale di Joe Biden stenta a decollare, mentre Elizabeth Warren e Bernie Sanders viaggiano, stando ai sondaggi, con il vento in poppa. Può esistere un vuoto di consensi nello spazio occupato di solito dai moderati. Joe Biden è un nome forte, ma non sta producendo quell’entusiasmo che gli analisti si aspettavano.

L’Iowa e il New Hampshire saranno le prime due tappe di una cavalcata, quella delle elezioni interne, che durerà mesi. Gennaio non è distante. Hillary Clinton ha almeno qualche altra settimana per decidere il da farsi. In realtà, il tempo per sciogliere un’eventuale riserva è davvero poco, per quanto l’ex first lady possa di sicuro contare su un apparato organizzativo già pronto e strutturato. E pure la raccolta dei fondi, per quanto partita in assoluto ritardo, non dovrebbe costituire un problema irrisolvibile. La sovrapponibilità dell’elettorato di Hillary Clinton e di quello di Joe Biden, però, va tenuta in considerazione: sono candidati troppo simili. E i moderati finirebbero con il dividersi. Il medesimo fenomeno che sta già attecchendo nel campo della sinistra socialista: Bernie Sanders ed Elizabeth Warren sono appaiati e non riescono a prendere una distanza rimarchevole l’uno dall’altro. La sfida, se la situazione rimarrà questa, potrebbe essere decisa al fotofinish. Sono tutti fattori, questi, che sconsigliano di prendere per buona l’eventualità di una seconda candidatura clintoniana. La terza, a dire il vero, se si conta pure la circostanza in cui venne sconfitta alle primarie da un giovanissimo Barack Obama.

Hillary Clinton, dopo aver esplicitato il concetto con il più classico dei “mai dire mai”, ha anche specificato come l’ipotesi di un altro tentativo elettorale, per ora, non faccia parte dei suoi programmi. Può essere stata solo una boutade. In questi quattro anni, l’ex segretario di Stato ha esibito una serie di giustificazioni per la mancata elezione a presidente degli States: dal Russiagate all’utilizzo trumpiano dei social network. La Clinton ha anche avuto un po’ di difficoltà nell’ammettere di aver perso. Pure perché i dati nazionali sulle votazioni complessive hanno fatto sì che potesse dire di essere arrivata dinanzi al suo competitor. Ma il sistema elettorale degli Stati Uniti prevede che si vinca mediante l’acquisizione di un certo numero di grandi elettori e non per il computo totale delle preferenze ricevute.

Lo scenario più probabile, ad oggi, rimane il seguente: a contendersi lo scettro di sfidante di The Donald saranno Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Joe Biden. Qualsiasi altro esponente venisse fuori rappresenterebbe un’enorme sorpresa. Il fatto che il vecchio leone del Vermont possa contare sul sostegno di Alexandria Ocasio Cortez – la novità è di qualche settimana fa – può essere importante. Anche il movimento di protesta che sta nascendo attorno alla pellicola su Joker può suggerire come negli States la polarizzazione politica sia diventata il fenomeno predominante. I commentatori non si stupirebbero se a vincere fosse un candidato della cosiddetta new left. Come abbiamo ripetuto in più circostanze, la vittoria di un candidato della sinistra-sinistra faciliterebbe il percorso per la rielezione e la campagin di Donald Trump, che avrebbe vita facile con gli elettori centristi.

Se c’è un motivo per cui il nome di Hillary Clinton viene ventilato, a ben vedere, è proprio questo: correre ai ripari nel caso i Democratici si accorgessero di aver calcato la mano con le istanze massimaliste.