La Cisgiordania, il paradosso canadese e il caso Richard Falk

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La notizia del fermo e dell’interrogatorio di Richard Falk, giurista statunitense di fama internazionale ed ex relatore ONU sui diritti umani nei Territori Occupati, dice molto più del semplice abuso burocratico compiuto ai danni di un uomo di novantacinque anni. Il punto non è soltanto la goffaggine di un apparato di sicurezza che considera una minaccia un professore emerito, ma la tendenza ormai evidente di alcuni governi occidentali a usare il linguaggio della “sicurezza nazionale” come strumento per filtrare il dibattito e scremare ciò che non si vuole ascoltare.

Falk si era recato in Canada per partecipare a una conferenza sulle responsabilità di Ottawa riguardo al conflitto in corso e alle accuse di crimini di guerra. Un tema scomodo, certo, ma perfettamente legittimo per chi ha passato la vita ad analizzare diritto internazionale e violazioni dei diritti umani. Che questo venga trasformato in un sospetto di pericolosità, con quattro ore di interrogatorio, è un segnale che supera il caso individuale e sfiora la dimensione politica.

Il governo guidato da Mark Carney, ex banchiere centrale celebrato come tecnocrate moderato, appare sempre più intrappolato nelle sue contraddizioni. Da un lato si presenta come custode del diritto, del pluralismo e dell’apertura; dall’altro tollera o avalla comportamenti che assomigliano a un riflesso condizionato: ogni critica a Israele, soprattutto se autorevole, va neutralizzata, scoraggiata, intimidita. Non è solo un problema canadese. È una deriva occidentale dove le garanzie democratiche cedono terreno a un’idea di sicurezza indistinta, usata per comprimere i dissensi più informati e più fondati.

Colpisce che il bersaglio sia proprio Falk, uno studioso che nel corso della sua carriera ha criticato governi di ogni colore, spesso con rigore e indipendenza, e che oggi viene trattato come una minaccia fisica mentre è appena in grado di reggersi sulle proprie gambe. Il segnale è chiaro: non si colpisce lui, si colpisce ciò che rappresenta. La libertà di analisi sul Medio Oriente sta diventando un terreno minato per chi non si allinea alle narrative dominanti.

L’episodio di Toronto, dunque, vale come monito. Se un Paese considerato modello di democrazia liberale considera “pericoloso” un anziano giurista per il solo fatto di discutere responsabilità politiche e morali, significa che il confine tra sicurezza e censura è stato non solo superato, ma normalizzato. E in quel confine cancellato si misura lo stato di salute di molte democrazie occidentali oggi più vulnerabili alla pressione dei loro stessi tabù che alle minacce reali.