Negli ultimi anni la politica statunitense ha raggiunto livelli di polarizzazione senza precedenti e in diverse questioni decisive il Partito Democratico e il Partito Repubblicano modificato dal “ciclone” Donald Trump si sono trincerati su posizioni agli antipodi: pensiamo all’immigrazione, alla questione fiscale pre-pandemica, al tema dei diritti civili. Il Senato, in questo contesto, è stato conteso con maggioranze risicatissime che hanno reso decisivi gli esponenti schierati sul fronte centrista-moderato in entrambi gli schieramenti. Lo vediamo in queste settimane, in cui la neo-costituita maggioranza democratica al Senato è stata condizionata dal dinamismo di Joe Manchin III, senatore della West Viriginia di orientamento conservatore.

Ci sono però interessi profondi e radicati del Paese in cui la convergenza politico-strategica appare, di questi tempi, una necessità prima ancora che una scelta. Prendiamo il caso della Cina, Paese elevato in maniera trasversale dagli apparati federali (Casa Bianca, governo, burocrazie strategiche, forze armate, Congresso) a rivale numero uno di Washington da contenere sul versante diplomatico, commerciale, tecnologico. Come dimostrato sul fronte del 5G di Huaweil’amministrazione di Joe Biden sta dimostrando che la parabola trumpiana non è stata un accidente della storia e che la doxa anticinese è oramai dominante nei centri federali di elaborazione strategica. Il tutto con buona pace dei radicali protestanti trumpiani e dei teorici della rigged election che dopo il voto di novembre pensavano a un complotto cinese per far vincere un candidato ritenuto più morbido con Pechino.

Questo si riverbera al Senato, consesso in cui sono vagliate da più vicino le decisioni sulla politica estera statunitense e in cui il cambio di amministrazione ha creato una dinamica confusa. Ai democratici, sostanzialmente, aver conquistato la maggioranza pesa non poco, perché fa esplodere la guerra tra bande e il correntismo che vede, in particolar modo, l’ala sinistra e liberal alzar la posta delle rivendicazioni. Tra i Repubblicani lo storico leader Mitch McConnell, vecchio volpone della politica statunitense, si confronta con il senatore di New York Chuck Schumer, alla guida dei democratici e suo amico di vecchia data, in maniera attenta e, molto spesso, decisa: sul voto che ha fatto passare il programma di aiuti economici, fortemente condizionato dalle richieste di Manchin e dei dem più centristi, la maggioranza ha fatto a meno dei voti repubblicani, ma la Cina sta diventando un ambito su cui i due partiti possono trovare un’intesa.

Politico ha recentemente posto in evidenza il fatto che Schumer sta lavorando a un disegno di legge omnicomprensivo che permetta di definire al meglio le politiche anti-cinesi di Washington. Una legge che punterà a fornire un inquadramento complessivo alle manovre economiche, alle sanzioni commerciali e alle iniziative politiche portate avanti dagli Stati Uniti: Schmer, ricorda Politico, ritiene necessario confrontarsi con “la crescita economica, gli abusi dei diritti umani e le minacce alla sicurezza nazionale statunitense” portati da Pechino. Una manovra legislativa di questa portata istituzionalizzerebbe definitivamente il contenimento anti-cinese riconducendo a un unico punto di riferimento le manovre sommatesi senza soluzione di continuità in questi anni. Schumer, in tal senso, intende puntare particolarmente sulla possibilità di dare una sponda alle volontà dell’amministrazione Biden, che mira al decoupling tra le catene del valore tecnologiche dei due Paesi, a riportare parte della produzione manifatturiera dei settori strategici sul suolo statunitense, a creare lavoro e valore aggiunto in patria in campi come l’intelligenza artificiale, il cloud, i semiconduttori mettendoli al riparo dalle minacce d’intelligence e dai furti di proprietà intellettuale di cui Pechino è accusata.

L’idea convince i repubblicani. “È difficile immaginare un disegno di legge sulla Cina, il modo in cui viene discusso, che non sarebbe bipartisan e godrebbe di un ampio sostegno”, ha dichiarato il senatore Marco Rubio, tra i maggiori fautori di un approccio duro verso Pechino, mentro McConnell ha aperto all’idea di un’iniziativa bipartisan in materia in un discorso in cui ha fortemente attaccato Pechino, definita esportatrice di “autoritarismo e corruzione” e difeso le scelte dell’amministrazione di confrontarsi con India, Giappone e Corea del Sud per ridimensionarne le ambizioni, con elogi particolari per il Segretario di Stato Tony Blinken.

McConnell chiede a Biden e ai suoi di non congelare, ma rafforzare ulteriormente, le spese militari, ma apprezza l’apertura “sullo scrutinio sugli investimenti esteri e i trasferimenti tecnologici”, contro cui anche il Partito Democratico è favorevole a un “giro di vite”.

La competizione si fa sempre più strutturale. Di fronte a una minaccia politica percepita come comune per il Paese e alla prospettiva di un’ascesa ulteriore della potenza cinese, lo Stato a stelle e strisce in tutte le sue ramificazioni flette i muscoli e apre alla competizione. I partiti colgono questo allineamento e cercano di farlo loro: sugli interessi vitali di Washington, sostanzialmente, tra democratici e repubblicani c’è continuità. E McConnell e Schumer, navigati professionisti delle negoziazioni a Capitol Hill, sanno che col volano della Cina possono far passare una piattaforma comune che, dalla Difesa agli investimenti pubblici, può cambiare notevolmente l’allocazione di risorse e le politiche pubbliche del governo federale. In nome della rivalità con Pechino, insomma, i partiti a stelle e strisce, sempre più divisi negli ultimi anni, possono fare affari. E questa è una novità operativa che insegna il peso crescente della sicurezza nazionale e la sua influenza sul comparto legislativo.