Uno spettro si aggira per la Cina: il pericolo dell’emulazione delle proteste di Hong Kong. Sono ormai passate due settimane da quando centinaia e centinaia di migliaia di honkonghesi hanno iniziato a protestare contro un disegno di legge sull’estradizione voluto da Pechino. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, sono degenerate in scontri tra dimostranti e forze dell’ordine. Carrie Lam, governatrice dell’ex colonia britannica, ha dovuto congelare la discussione sulla legge e scusarsi con i cittadini per il comportamento violento usato dalla polizia per placare gli animi. La disobbedienza di Hong Kong potrebbe essere imitata nel resto della Cina continentale, sia da parte di associazioni a sostegno dei diritti umani e della democrazia, sia di quelle regioni speciali che chiedono maggiore indipendenza da Pechino.

Armonia sociale a rischio

Xi Jinping e i suoi predecessori hanno sudato sette camicie per mostrarci l’immagine di una Cina pacificata, in cui i 56 gruppi etnici che la compongono vivono in armonia e dove regna un equilibrio perfetto. In realtà, per garantire questo apparente Eden, il governo ha dovuto investire non poco in un sofisticato sistema di controllo, con telecamere di videosorveglianza e poliziotti in carne e ossa a prevenire ogni possibile sgarro. Sotto la cenere dei tumulti di passata memoria, la Cina nasconde diversi focolai pronti a riesplodere da un momento all’altro.

I focolai da tenere sotto controllo

Ci sono le zone caldissime, mai interamente domate da Pechino, come lo Xinjiang e il Tibet. Non mancano poi organizzazioni non governative varie perennemente sotto il tiro delle autorità che potrebbero alzare la testa e dire basta a una simile repressione. Attenzione inoltre alle varie associazioni religiose clandestine, stanche di dover praticare i loro culti nascoste dalla luce del sole. C’è poi da considerare la nutrita schiera di chi non è stato toccato dal miracolo economico della Cina, ovvero quei cinesi rimasti ai margini della società che non hanno mai assaporato lo sviluppo portato al Paese da Xi Jinping. E poi aggiungiamo i dissidenti, sacche di lavoratori stanchi di essere sfruttati da fabbriche oppressive e giovani che non hanno alle spalle famiglie facoltose. Insomma, Pechino ha il suo bel da farsi per mantenere la situazione sotto i livelli di guardia.

Il messaggio del governo

Il problema è che la risonanza di quanto accaduto a Hong Kong potrebbe squarciare la ricostruzione cinese e minare la stabilità della Cina, spingendo uno dei gruppi sopra citati a ribellarsi contro le autorità. Come riportato dal South China Morning Post, un anonimo alto funzionario della sicurezza interna ha avvisato i sottoposti di stare in allerta contro ogni possibile rischio di infiltrazioni di forze nemiche esterne nelle dinamiche sociali della Cina. Stare in allerta è anche il messaggio lanciato da Chen Yixin, Segretario Generale della Commissione politica e legale centrale, che in un articolo su Study Times, un quotidiano legato al Partito Comunista Cinese, è stato chiarissimo. “Mentre il nostro Paese si avvicina sempre di più al centro della scena mondiale – ha scritto Chen – c’è il rischio che qualcuno possa pianificare congiuntamente qualcosa seminando incertezza nella nostra sicurezza interna”.

Forze dell’ordine allertate

Le forze di polizia sono state allertate e avranno, ora più che mai, un occhio ancora più vigile. L’opinione pubblica cinese non deve essere influenzata da strane idee di sommosse, ribellioni o rivolte, quindi le autorità useranno la massima allerta anche nel controllo di Internet. L’obiettivo di Pechino è chiaro: prevenire eventuali proteste di una o più parti della società civile. Per questo Chen si è soffermato sui “rischi ideologici”, che possono essere neutralizzati solo “eliminando risolutamente le voci politiche e le informazioni dannose. Dovremmo innovare e migliorare il nostro lavoro nel guidare l’opinione pubblica e prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi”. Già, i cigni neri e i rinoceronti grigi: le stesse due metafore utilizzate pochi mesi fa anche da Xi Jinping. Quando in Cina si usano metafore, all’orizzonte solitamente non si prospetta niente di positivo.