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(Varsavia) Quando le autorità polacche hanno arrestato un lavoratore di Huawei con l’accusa di spionaggio a dicembre, sotto pesanti pressioni da parte degli Usa, le relazioni dell’Europa centrale (Cee) e orientale con la Cina – sebbene per un breve periodo – sono state protagoniste delle notizie di tutto il mondo.

Le rotte della Nuova via della Seta (Alberto Bellotto)
Le rotte della Nuova via della Seta (Alberto Bellotto)

Ma, quando i giornalisti si sono concentrati sulla storia, è apparso chiaro come la Polonia e l’Europa orientale in realtà sono importanti per la geopolitica delle relazioni tra Cina e Unione europea.

“Qualsiasi ambizione geopolitica la Cina possa avere nell’Europa orientale, non consisterebbe in nulla di più che assicurare un passaggio amichevole verso il cuore economico e politico della più vasta Europa, piuttosto che nel conquistare parti meno importanti del continente”, ha detto Bob Savic, Ricercatore senior al Global Policy Institute di Londra.

La Polonia è stata pubblicamente ammonita da Pechino e poi ridicolizzata sulla stampa cinese come un Paese in cui non c’è nulla che valga la pena rubare.

Ma l’ira di Pechino rappresenta una nuova fase in una relazione che nel 2012 sembrava essere sulla via giusta, quando l’allora premier cinese Wen Jiabao aveva annunciato l’avvio della cosiddetta “iniziativa 16+1”, una strategia per incoraggiare gli scambi commerciali tra Cina e Europa orientale. L’obiettivo era quello di arrivare ad avere scambi per un valore di 100 miliardi di dollari tra la Cina, da una parte, e gli 11 Stati membri dell’Europa orientale e sud-orientale (See) e i cinque Paesi che aspiravano a divenire membri entro il 2015, dall’altra. Con 90 miliardi di dollari di scambi, l’obiettivo era quasi stato raggiunto nel 2018, ma la maggior parte di questa cifra era diretta verso una sola direzione, e molti Paesi dell’Europa orientale stanno cominciando a chiedersi se ne è valsa la pena.

Pechino sta guardando a Berlino, non a Varsavia

La Germania rimane il principale obiettivo per Pechino, sia politicamente che economicamente, e la decisione di Berlino sul cosa di fare riguardo al coinvolgimento di Huawei nel lancio della sua rete di nuova generazione in 5G, è molto più importante per Pechino di qualunque cosa avvenga a Varsavia, Praga o Belgrado.

Il governo polacco invece è sempre più frustrato dagli scarsi progressi nella cooperazione economica con la Cina. Un grave deficit nel commercio e le barriere di accesso al mercato cinese sono diventate questioni di fondamentale importanza e il ministro degli Affari interni Joachim Brudziński ha recentemente dichiarato che si sta valutando la messa al bando dei prodotti Huawei dal mercato polacco.

“I funzionari polacchi negano ogni connessione tra l’arresto e le dichiarazioni sulla posizione di Huawei nel mercato polacco. Ma il tempismo degli eventi non sembra affatto casuale,” ha detto Lukasz Sarek, ricercatore e analista del mercato cinese a Varsavia. “La struttura del 16+1 è stata considerata come un blocco guidato dalla Cina, dove l’Ue e le potenze occidentali sono state escluse e i timidi progressi sui problemi economici sono solo parzialmente compensati dai benefici politici”, ha aggiunto.

Nel frattempo, la Polonia, l’Ungheria e gli altri Paesi credono di poter sfruttare la propria posizione nell’Ue e di poter usare la carta cinese per estorcere concessioni a Bruxelles e Berlino.

“Ma l’offerta della Cina è meno attraente di quella fornita dall’Ue”, ha spiegato Sarek. “Inoltre la cooperazione con la Cina porta con sé rischi, come la crescente attività dell’intelligence cinese, i lobbisti pro-Cina, la penetrazione di settori critici da parte delle compagnie cinesi e le loro torbide operazioni commerciali”, ha proseguito.

Di fatto, aggiunge, l’influenza della Cina è cresciuta di più in Paesi dell’Europa occidentale, come Italia e Portogallo, che non nella ragione dell’Europa orientale.

“Dopo la Brexit i maggiori partner di Pechino nell’Ue sono Berlino, Bruxelles e Parigi. La leadership cinese non vuole mettere a rischio le relazioni mostrandosi troppo attiva nella creazione di un blocco pro-cinese all’interno dell’Ue”.

A Praga manca lo slancio

La situazione è simile nella Repubblica Ceca. In questo Paese ci sono state numerose acquisizioni cinesi, per un valore di circa 1 miliardo di euro. Anche alcune aziende ceche hanno avuto un relativo successo in Cina, come la storica casa automobilistica Skoda (adesso di proprietà della tedesca Volkswagen) e la compagnia finanziaria Home Credit.

Tuttavia, come in Polonia, ci si è resi conto che provare a trarre profitto dalle migliorate relazioni con la Cina è praticamente inutile. La frenesia delle acquisizioni cinesi nella Repubblica Ceca è stata portata avanti da una singola entità – la cinese Cefc – ed è stata guidata dalla necessità di finanziare il debito. Nel 2018 il presidente della compagnia, Ye Jianming, è stato arrestato in Cina.

Il Centro di cyber-sicurezza nazionale a dicembre ha emanato un’allerta contro Huawei e i prodotti Zte sulla base delle condizioni legali e politiche in Cina, che richiedono a queste aziende di cooperare con i servizi di intelligence. A Huawei è già stata preclusa la possibilità di competere in una gara d’appalto per costruire un portale fiscale.

“Il comune denominatore di Polonia e Repubblica Ceca è la percezione di avere pochi risultati economici da esibire, dopo che per più di sei anni hanno provato a sviluppare una ‘cooperazione pragmatica’ con Pechino sotto l’ombrello del 16+1 e della Belt and Road Initiative (Bri)“, ha detto Alicja Bachulska, che lavora come analista della politica cinese al Centro di Ricerca sull’Asia dell’Akademia Sztuki Wojennej di Varsavia.

La Cina prende ciò che la Cina vuole

“Il Partito comunista cinese si assicura che le imprese di Stato e le industrie strategiche private effettuino investimenti esteri che supportino l’economia del Paese, la politica estera e la sicurezza interna”, ha detto Nicholas Eftimiades, professore alla Penn State Harrisburg School of Public Affairs.

“Questa politica è stata resa chiara da Xi Jinping. I grandi investimenti cinesi in Europa, come nel caso della Grecia, sono studiati per essere economicamente redditizi e supportare gli obiettivi della politica estera cinese. Il raggiungimento di questo obiettivo viene garantito dalla Commissione interna del Partito comunista, presente in tutte le grandi aziende private e nelle imprese di proprietà dello Stato. Questo è un concetto abbastanza estraneo all’Occidente, dove gli investimenti privati e gli obiettivi del governo possono essere in disaccordo fra loro.

Pechino cerca supporto politico per la situazione dei diritti umani e degli abusi nello Xinjiang e in Tibet, per i conflitti nel Mar Cinese meridionale, la crescente rivalità con gli USA, lo status di Taiwan, la riforma e il rimodellamento delle istituzioni internazionali (il Consiglio di Sicurezza e varie agenzie UN, l’IMF, la World Bank, la WTO) e per lo status dell’Artide e dell’Antartide.

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Infografica di Alberto Bellotto

Ma gli investimenti cinesi rappresentano meno dell’1% di tutti gli investimenti stranieri diretti (Fid) nella regione dell’Europa orientale, e più del 90% degli Fdi cinesi in Ue sono destinati all’Europa occidentale.

Nel mondo sviluppato, la Cina tenta avere accesso alle migliori tecnologie e ai maggiori brand; nel mondo in via di sviluppo, invece, tenta di avere accesso alle materie prime e ai progetti di costruzione delle infrastrutture. L’Europa centrale rimane da qualche parte in mezzo a questi due mondi, con un potenziale non chiaro e un ambiente poco conosciuto.

La maggior parte delle relazioni fra la Cina e i singoli stati dell’Europa orientale consistono in partnership di basso rango, come le “relazioni di cooperazione amichevole” con la Bulgaria e la Romania, o la “partnership di cooperazione amichevole” con l’Ungheria. La Cina intrattiene rapporti di livello leggermente superiore con la Repubblica Ceca, nella forma di una “relazione strategica” e più alto ancora con Polonia, Ungheria e Serbia, definite come “partner strategici globali”.

Unione europea e 16+1 sono compatibili?

Recentemente, il delegato cinese in Ue ha detto che un’Europa prospera, unita e forte è tra i primi interessi della Cina. In un’intervista al Financial Times, a Zhang Ming era stato chiesto se la Cina stesse cercando di usare il “16+1” per dividere l’Ue.

Non tutti però ne sono convinti. L’anno scorso il Commissario Ue Johannes Hahn ha avvertito del rischio che gli Stati dei Balcani diventino un “Cavallo di Troia” dell’influenza cinese.

E altri sono ancora più secchi nell’esprimere la propria valutazione. “Una delle ragioni per cui la Cina intrattiene rapporti con i Paesi di dell’Est Europa è quella di spezzare l’Ue”, ha detto Marcin Przychodniak, analista del programma Asia-Pacifico del Polish Institute of International Affairs a Varsavia.

“Se definisci l’Ue come un’associazione politica slegata, in cui è possibile trattare individualmente con i diversi membri, in tal caso il 16+1 non è va necessariamente contro il blocco. Ma se la definisci nel modo in cui l’Ue stessa si definisce, come un gruppo strettamente legato con specifici standard legali e politici, in tal caso il sistema del 16+1 non è compatibile con l’Ue”, ha affermato Vuk Vuksanovic, un ricercatore nel campo delle relazioni internazionale alla London School of Economics.

La Cina, inoltre, preferisce seguire progetti basati su accordi diretti con i governi, e questi di solito includono disposizioni su linee di credito con garanzie di rimborso da parte dello Stato e selezione di appaltatori cinesi, che usano materiali e lavoratori cinesi. I progetti di costruzione in Ue richiedono gare pubbliche d’appalto, inoltre l’uso di linee di credito dalla Cina per finanziare i progetti è problematico, non trattandosi di un investimento né di una sovvenzione, come stabilito dalle norme dell’Ue.

Per i Paesi Cee i cui finanziamenti da parte dell’Ue andranno lentamente esaurendosi in 15 anni, gli alti tassi di interesse cinesi sui prestiti e l’ottenimento dell’accesso ai fondi strutturali dell’Ue potrebbero spingere Varsavia e Praga a tornare fra le braccia di Bruxelles.

Inversione di rotta in Ue

Inoltre, le relazioni della Cina con l’Ue hanno incontrato un certo numero di ostacoli nel 2018, il più recente dei quali è stato la stretta sugli investimenti diretti esteri da parte della Commissione europea. A dicembre la Germania ha complicato ulteriormente le cose stabilendo nuove norme contro l’acquisizione straniera delle compagnie tecnologiche tedesche.

L’anno scorso il volume complessivo degli investimenti cinesi in Europa è calato del 46%, arrivando a 31,2 miliardi di dollari (27,3 miliardi di euro). Circa un terzo di questa cifra era diretto in Germania, dove i cinesi hanno investito 10,7 miliardi di dollari, segnando un calo del 22%.

Serbia e Ungheria rimangono un punto di accesso per Pechino

Tuttavia la Cina sembra godere ancora di un appoggio in Ungheria e Serbia. Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha detto recentemente che la Cina sarà in pole position mentre, nei prossimi 5-10 anni, la regione Cee diventerà il “motore” alla guida dell’economia europea. Ha detto che la Cina non dovrebbe essere trattata con pregiudizi ideologici. “Si dovrebbe accettare che siamo differenti e gestire i nostri Paesi in maniere differenti”, ha detto, aggiungendo che il punto non era “esprimere un giudizio ma sostenere i reciproci interessi”.

Nel frattempo, Pechino si è imbarcata in un certo numero di grandi progetti nei Balcani, tuttavia quello di più alto profilo, la linea ferroviaria ad alta velocità Belgrado-Budapest, a oggi non è ancora stato tradotto in realtà.

Secondo il Ministro delle costruzioni Zorana Mihajlovic, “non sarebbe immodesto o falso definire la Serbia come il maggior partner della Cina in Europa”. Ha omesso un piccolo dettaglio: la Cina esporta merci in Serbia per un miliardo di dollari, mentre la Serbia ne esporta in Cina per appena 1 milione.