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Politica /

Negli ultimi mesi, la Cina a avviato il progetto della Nuova Via della Seta. Presentato in un meeting internazionale con i capi di Stato e i leader politici di tutti i Paesi coinvolti nel progetto infrastrutturale più grande di sempre, la Nuova Via della Seta ha lo scopo conclamato di offrire al mondo quella che viene da più parti chiamata come “via cinese alla globalizzazione”. Dopo decenni di chiusura in se stessa, sfruttando la globalizzazione stessa per produrre a basso costo merce da esportare nel mondo, la Cina ha ora l’occasione di aprirsi al mondo non più come semplice produttrice, ma come superpotenza in grado di incidere anche sula politica mondiale, proclamandosi superpotenza al pari di altre che hanno condotto la politica mondiale per i decenni precedenti. Secondo alcuni studi riportati dal sito Fortune.com, il progetto cinese della Nuova Via della Seta coinvolgerebbe fino a 65 nazioni. In sostanza, l’iniziativa cinese vedrebbe coinvolta più della metà della popolazione mondiale e rappresenterebbe il più grande progetto di investimenti della storia superando, per numero soldi e risorse, e al netto dell’inflazione odierna, di almeno 12 volte il celebre Piano Marshall.

Il progetto di allargamento degli orizzonti cinesi e di volontà di approfondire i rapporti economici, si può vedere sotto vari aspetti e, soprattutto, in differenti settori geografici. L’Africa senza dubbio è uno dei continenti maggiormente interessati sotto questo profilo, poiché da anni assiste a ingenti investimenti cinesi a livello infrastrutturale in cambio dell’egemonia di Pechino sul mercato delle materie prime e del “land grabbing”, ovvero la pratica di acquisire grandissime quantità di terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo. Ma non c’è solo l’Africa nel progetto di Pechino, che è in realtà  un progetto che abbraccia Asia, Africa ed Europa. Attraverso questa catena d’iniziative infrastrutturali, energetiche e commerciali, la Cina sta, di fatto, diventando l’unico, se non il migliore partner internazionale di molti Stati dei tre continenti, e comincia a contribuire in modo netto all’arretramento della sfera d’influenza statunitense sul mondo e, in generale, di tutto il blocco occidentale. Perché è chiaro che la Nuova Via della Seta non è soltanto un corridoio economico, ma un investimento diplomatico a lungo termine che può rendere inestricabile la rete di interessi che collega Pechino con gli Stati interessati. La Cina si presenta a tutti i Paesi coinvolti dall’Obor come una potenza in grado di garantire infrastrutture per miliardi di dollari e l’inserimento di un fiume di denaro nel circuito economico di questi Paesi di solito con debiti spaventosi e incapaci di riavviare o attivare la propria economia. E con il corso degli anni, Pechino riesce ad ottener e non solo la possibilità che le proprie aziende lavorino e i propri fondi sovrani facciano circolare il denaro, ma ottiene alleanze e rapporti di amicizia senza muovere un soldato né imponendo regime change.

Questa visione lucida e a lungo termine della Cina contrasta con quella dell’Occidente, che si trova adesso a doversi confrontare con una strategia complessa ed estremamente variegata. PerchĂ© se è vero che la Cina avanza, e l’influenza mondiale statunitense arretra, è vero anche che Washington non ha mai messo in campo un’azione tale da poter diventare un efficace contrappeso a questo progetto di Nuova Via della Seta. I leader americani hanno tentato per diversi anni di incoraggiare il boicottaggio della Asian Infrastructure and Investment Bank, che è stato il cardine degli investimenti esteri di Pechino. Ma è evidente che hanno calcolato male le possibilitĂ  di impedire agli alleati e ai partner commerciali Usa e cinesi di bloccare un’iniziativa cinese che ha promesso vantaggi economici fondamentali in un periodo di stagnazione profonda. Un approccio fondato sulla guerra economica non ha senso, specialmente se dall’altra parte c’è una strategia così ampia come la Nuova Via della Seta.

Al contrario, gli Stati Uniti dovrebbero presentare una risposta strategica che contempli il porre un freno al progetto Obor e, contemporaneamente, il competere in modo intelligente e utile agli Stati coinvolti. Ma è necessario prima di tutto approcciarsi al mondo con uno spirito critico che non sembra appartenere né agli Stati Uniti né ai maggiori alleati europei. Trump, con il ritiro degli Stati Uniti dai negoziati sul partenariato Trans-Pacifico, non ha certamente dato un segnale positivo in tal senso. Grazie al ritiro Usa, si è creato un vuoto geo-economico nel Pacifico che ha servito un assist formidabile all’espansionismo cinese. E con l’Europa mediterranea e il Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno commettendo lo stesso errore, cioè rompere i legami commerciali di livello multinazionale imponendo progetti esclusivamente bilaterali. Il problema è che, così facendo, non reggeranno mai il confronto con la Nuova Via della Seta. La Cina, in cambio di alleanza, offre infrastrutture e partenariati commerciali che sono fondamentali, gli Stati Uniti mantengono invece una particolare predisposizione nei confronti del resto del mondo che fa sì che non si approccino agli altri Paesi come potenza benefica, ma come potenza predominante. Da un punto di vista diplomatico, questo fa sì che la Cina mantenga un golden share nei confronti dei Paesi in via di sviluppo e nei confronti dei Paesi europei più indebitati. L’obiettivo è il medesimo: mettere gli altri Stati sotto la propria sfera d’influenza. Ma la differenza di approcci sembra, per ora, favorire nettamente Pechino.

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