La Cina si prepara agli “scenari della morte”: venti di guerra in arrivo?

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

In teoria, tra Stati Uniti e Cina potrebbe succedere di tutto. Troppi i nodi spinosi sul tavolo delle due potenze globali che rischiano di incendiarsi da un momento all’altro, anche a causa di incidenti involontari. E troppo poche, invece, le occasioni di pacificazione e dialogo. Le ultime occasioni, lo Shangri-La Dialogue e il faccia a faccia tra Antony Blinken e Xi Jinping, non hanno portato risultati concreti.

Nel primo caso, il segretario della Difesa Usa, Lloyd Austin, e il ministro della Difesa cinese, Li Shangfu, si sono a malapena dati una stretta di mano mano, quando invece avrebbero potuto parlare vis a vis, cercando di attutire le tensioni sino-americane. Per la cronaca, Washington aveva proposto un incontro tra Austin e Li a margine del summit asiatico ricevendo però un secco no da parte di Pechino, in quanto il nome del ministro cinese si trova nel registro nero delle sanzioni americane.

Diverso il discorso relativo al viaggio oltre la Muraglia di Antony Blinken. Il segretario di Stato Usa ha cercato di ricucire lo strappo con la Cina, tra l’altro proponendo a Xi una collaborazione su temi generali, come la lotta contro la diffusione del fentanyl, ma dall’altro lato il leader cinese ha ribadito i punti fermi di Pechino, in primis la questione taiwanese.

A minare, poi, i piccoli progressi diplomatici di Blinken sono arrivati i commenti pubblici di Joe Biden che, poche ore dopo il vertice tra il suo inviato e Xi, ha definito quest’ultimo un “dittatore” scatenando l’ira del governo cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha definito “irresponsabili” le parole del presidente statunitense. Siamo tornati di nuovo al punto di partenza? Difficile dirlo. Anche perché non è che l’incontro Blinken-Xi abbia in realtà consentito alla diplomazia di fare grandi passi in avanti, al netto di promesse generiche.

Prepararsi ad ogni scenario

È forse per questo motivo che Xi, pur dimostrandosi pronto al dialogo, starebbe preparando la Cina ad ogni possibile scenario estremo. Prima del viaggio di Blinken nella Repubblica Popolare Cinese, il Wall Street Journal scriveva che, mentre Pechino e Washington si muovono cautamente verso il ripristino degli scambi ad alto livello, “Xi Jinping sta intensificando i suoi sforzi per preparare la Cina al conflitto“.

Dalla fine dello scorso maggio, il presidente cinese ha esortato due volte la nazione a prepararsi a scenari o condizioni estreme, attingendo ad una fraseologia che implica la possibilità di un’escalation delle tensioni, da ricollegare presumibilmente con l’intensificarsi della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nello specifico, in una riunione di alto livello incentrata sulla sicurezza nazionale, il 30 maggio, Xi ha usato parole emblematiche: “Dobbiamo essere preparati agli scenari peggiori ed estremi, ed essere pronti a resistere alla prova principale di venti forti, acque agitate e persino tempeste pericolose”.

Una settimana più tardi, il capo di Stato cinese ha esteso lo stesso concetto all’ambito economico. Durante l’ispezione di un parco industriale nella Mongolia Interna, Xi ha dichiarato che gli sforzi per costruire il mercato interno della Cina mirano a “garantire il normale funzionamento dell’economia nazionale in circostanze estreme”.

Gli avvertimenti sulle possibili condizioni estreme corrono paralleli allo sforzo diplomatico di ricucire i rapporti con Washington. Tutto questo lascia presupporre che Xi Jinping non stia abbandonando la strada per proteggere l’economia, e più in generale il Paese, dalle possibili e prolungate tensioni con l’Occidente. Come ha sottolineato InsideOver, se è vero che l’amministrazione Biden intende stabilire una sorta di cuscinetto protettivo attorno alla sua relazione con la Cina – onde evitare che le tensioni reciproche possano sfociare in un conflitto aperto – è altrettanto vero che Pechino, d’altra parte, appare meno interessata alle specificità e molto di più ai principi capaci di regolare i rapporti con gli Stati Uniti. Detto altrimenti, la Cina sarebbe anche disposta a dialogare, ma vuole assicurarsi che gli Usa non attraversino le linee rosse su quelle questioni che la Cina considera off limits (in primis, Taiwan).

La scommessa di Xi

Da abile stratega, Xi sta quindi giocando su due campi: quello della diplomazia e quello della preparazione agli scenari estremi. Infatti, nel caso in cui le comunicazioni sino-americane non dovessero portare a niente, il rischio di ritrovarsi a fare i conti con “scenari estremi” crescerebbe a dismisura a fronte di eventuali eventi avversi.

Jin Canrong, un influente studioso di politica estera, ha dichiarato al quotidiano Global Times che gli scenari estremi a cui si riferisce Xi significano “il pericolo di una guerra“. Bill Bishop, autore della newsletter Sinocism, ha invece osservato che l’uso del linguaggio del leader cinese rappresenta “un significativo miglioramento del senso del rischio, del pericolo e della necessità di prepararsi”. Ma prepararsi a cosa? Nel caso peggiore, ad uno scontro aperto con gli Stati Uniti. Altrimenti ad uno o più conflitti regionali che potrebbero progressivamente degenerare.

Dopo essersi assicurato, lo scorso ottobre, un terzo mandato in sella al Paese, Xi ha ripetutamente segnalato che le relazioni tra la Cina e l’Occidente – in particolare con gli Stati Uniti – potrebbero diventare molto più instabili, indicando, non a caso, che uno dei principali obiettivi di sviluppo della Cina per i prossimi cinque anni sarebbe coinciso con la costruzione di un assetto geopolitico capace di rendere l’economia di Pechino resiliente e meno dipendente dai mercati esteri e dalle tecnologie straniere.

I principali assistenti del leader cinese, come il vice premier He Lifeng e Liu He, consigliere economico del presidente ed ex vice premier, sono stati incaricati proprio di tracciare la strada da seguire per rendere la Cina impermeabile a scossoni esterni. L’economia del gigante asiatico deve rimanere in funzione anche in caso di ipotetiche sanzioni statunitensi e occidentali.