Negli ultimi mesi, la questione di Taiwan è riapparsa prepotentemente nel dibattito politico internazionale e in quello cinese come rinnovato obiettivo della Cina guidata da Xi Jinping e come nuovo terreno di scontro fra Pechino e Washington per il controllo del Pacifico occidentale. Non è un misero che per le amministrazioni cinesi, il problema di Taiwan ha un solo canale in cui può essere condotto, e cioè l’appartenenza alla Cina continentale. Un’idea che evidentemente non piace all’amministrazione taiwanese e che è stata per molti anni uno dei temi scottanti dei rapporti fra Cina e Stati Uniti. Un tema che sembrava destinato a raffreddarsi con le precedenti presidenze Usa, specialmente dopo il riconoscimento formale di “una sola Cina” in riferimento alla Repubblica popolare cinese, ma che è tornato in auge sotto la presidenza Trump, il quale sin dai primi gesti come presidente ha colpito per aver accolto con calore la telefonata della presidente taiwanese. Un gesto considerato offensivo da parte di Pechino e che soltanto il viaggio del presidente Usa in Asia sembrava aver evitato che si trasformasse in un incidente diplomatico.

Sembrava, perché in realtà la querelle su Taiwan e sui rapporti con gli Stati Uniti non è affatto rientrata totalmente nei ranghi. Prova ne è stata la recente dichiarazione di Li Kexin, ministro presso l’ambasciata cinese negli Stati Uniti, cil quale ha dichiarato pubblicamente che “il giorno in cui una nave della US Navy arriverà a Kaohsiung, sarà il giorno in cui il nostro Esercito di Liberazione Popolare annetterà Taiwan con la forza”. Parole che dette in un evento a Washington assumono un’importanza ancora più grave. Secondo la legge anti-secessione del 2005 promulgata dal governo cinese, che considera l’isola di Taiwan parte della propria amministrazione e quindi soggetta alle regole di Pechino a livello quantomeno di diritto internazionale, qualsiasi atto di matrice indipendentista da parte dell’amministrazione taiwanese può essere considerato meritevole di un intervento “non pacifico” delle forze cinesi. Nel caso cui faceva riferimento Li Kexin, l’arrivo di una nave della flotta Usa verrebbe considerato alla stregua di un atto di indipendenza.

La Cina può dirsi pronta a fare una guerra contro gli Stati Uniti in caso di arrivo di una nave da guerra Usa nell’isola? Evidentemente no. Tuttavia, da più parti si comincia a credere che sia prossimo un intervento risolutivo da parte di Pechino per riappropriarsi dell’isola prima che la sua amministrazione ponga in pericolo la sovranità cinese e il suo dominio sullo specchio di mare che divide Taiwan dal continente. Il South China Morning Post, quotidiano molto influente di Hong Kong, riporta come la pubblicazione della National Security Strategy di Donald Trump “accelererà il ritmo del piano di Pechino di riprendersi l’isola, probabilmente nel 2020”. Tempi brevissimi dunque, forse anche eccessivi, ma che riflettono la volontà della Cina di risolvere la questione prima che sia troppo tardi. Xi Jinping, durante il discorso-fiume al congresso del Partito, in cui ha elencato gli obiettivi della sua Cina, ha esposto chiaramente il suo impegno per una acquisizione piena del controllo di Taiwan fondandosi sul sistema “un Paese, due sistemi” già valido ad Hong Kong. “Abbiamo la determinazione, la fiducia e la capacità per sconfiggere i tentativi separatisti di ‘indipendenza di Taiwan’ in qualsiasi forma. Non permetteremo mai a nessuno, a nessuna organizzazione o partito politico, in qualsiasi momento o in qualsiasi forma, di separare qualsiasi parte del territorio cinese dalla Cina!”.

Così si legge nel discorso al Congresso. E se questo obiettivo, come riporta il Scmp, sembrava dovesse essere raggiunto entro il 2050, la sfida lanciata da Trump all’influenza cinese nel Pacifico impone un cambiamento di velocità. Secondo l’analisi del quotidiano di Hong Kong, sarebbero quattro i motivi che fonderebbero la scelta di Xi Jinping di pensare una soluzione “militare” per Taiwan. “In primo luogo, dopo aver esteso gli aiuti economici all’isola per anni, Pechino non ha ancora vinto i cuori e le menti della sua gente. Invece, le relazioni tra le due sponde dello Stretto si sono deteriorate.” Si legge nell’analisi “In secondo luogo, poiché una generazione di taiwanesi ne sostituisce un’altra, l’identità ‘cinese’ tra le persone si indebolirà. In terzo luogo, l’influenza dei partiti politici di Taiwan sta diminuendo. Anche se il Kuomintang vincesse il potere, non sarebbe in grado di guidare l’unificazione tra le due sponde. Quarto motivo – conclude-  sempre più cinesi chiedono l’unificazione con la forza”. Analisi che, se unita alle esercitazioni militari cinesi vicino l’isola e al messaggio di Xi al Congresso, fa ritenere abbastanza plausibile la volontà del governo cinese di trovare una soluzione più rapida possibile a un tema che è una vera e propria spina nel fianco nei progetti di espansione del dragone.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA