È stato istituito nel 1985, conta quasi 200 dipendenti e 150 impiegati assunti in loco. Adesso, dopo 35 anni di onorata attività, il consolato americano di Chengdu, nella provincia del Sichuan, nella Cina sud-occidentale, dovrà abbassare la saracinesca. Pechino aveva minacciato di vendicarsi se gli Stati Uniti non avessero rivisto la decisione, presa martedì, di chiudere entro 72 ore il consolato generale cinese di Houston, in Texas. Il gigante asiatico attendeva una retromarcia da parte di Washington ma sul fronte occidentale non si è mossa una foglia. Anzi: è arrivata la motivazione ufficiale del provvedimento di chiusura dello stabilimento straniero.

La sede diplomatica cinese, ha spiegato il portavoce del dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, è stata chiusa “per proteggere la proprietà intellettuale americana e dati privati americani”. L’accusa è pesante: alcuni agenti cinesi avrebbero tentato di rubare ricerche mediche e di altro tipo. Lo stesso Ortagus ha poi ribadito che i diplomatici statali devono “rispettare le leggi e le regole del Paese ospitante” e “hanno il dovere di non interferire negli affari interni di quello Stato”. Tradotto: il consolato è stato chiuso perché era una minaccia per la sicurezza nazionale americana. Uno smacco per la Cina, che ha quindi risposto per le rime ordinando la chiusura del consolato americano di Chengdu.

La guerra dei consolati

Il braccio di ferro nel Mar Cinese Meridionale, la Trade War, la competizione tecnologica, la caccia alle spie e adesso anche la guerra dei consolati. Lo scontro tra Stati Uniti e Cina è sempre più totale, e quando diciamo totale intendiamo letteralmente a 360 gradi. Il Ministero degli Esteri cinese ha definito la scelta di chiudere il consolato americano di Chengdu “una risposta legittima e necessaria all’ingiustificato atto degli Usa”.

Pechino ha invitato gli Stati Uniti a ritirare la “decisione sbagliata” e “creare le condizioni necessarie per riallacciare le relazioni bilaterali”. È tuttavia difficile che la Casa Bianca possa cambiare idea, almeno a giudicare dalle parole di Donald Trump. “È sempre possibile la chiusura di altri consolati cinesi negli Usa. Avete visto cosa è successo a Houston? Pensavamo fosse un incendio. Immagino stessero bruciando documenti. Mi chiedo cosa fossero”, ha dichiarato il presidente parlando con i cronisti.

La Cina ha respinto le “mega calunnie” americane e ha risposto per le rime alimentando l’inevitabile tensione. Al momento siamo uno pari: Chengdu per vendicare Houston. La sensazione, tuttavia, è che ci saranno presto altri colpi di scena. Oltre a quello citato, gli Stati Uniti hanno altri consolati in Cina: a Shanghai, Guangzhou, Shenyang e Wuhan, a cui si aggiunge il consolato generale per Hong Kong e Macao. La possibile “rappresaglia” cinese, come l’ha definita il Washington Post, potrebbe abbattersi sulla rappresentanza diplomatica Usa a Wuhan, città dalla quale potrebbe essere partita la pandemia di Covid e, per questo, finita nel mirino dell’intelligence di mezzo mondo, oppure su quella di Hong Kong.

Scontro totale

Mentre infiamma la guerra dei consolati, a San Francisco sono stati arrestati tre cittadini cinesi accusati di spionaggio per conto dell’Esercito popolare di liberazione cinese. In 25 differenti città l’Fbi ha inoltre interrogato varie persone, sospettate di essere affiliate alle forze armate del Dragone. Come se non bastasse, gli agenti americani stanno dando la caccia a una ricercatrice cinese, accusata di essere legata all’esercito. La donna avrebbe trovato rifugio nel consolato della Repubblica Popolare di San Francisco.

Nel frattempo, parlando alla Nixon Library, in California, Mike Pompeo ha attaccato la Cina come non faceva da tempo. Secondo il segretario di Stato Usa, gli Stati Uniti e i loro alleati devono usare “modi più creativi e assertivi” per spingere il Partito comunista cinese a cambiare i suoi modi. L’approccio da usare contro Pechino dovrebbe essere di “diffidenza e verifica”.

“Le nostre politiche e quelle di altre nazioni libere hanno fatto risorgere la fallimentare economia cinese, solo per vedere Pechino mordere le mani internazionali che la stavano alimentando”, ha aggiunto Pompeo, come riportato dal New York Times. Il segretario ha infine definito Xi Jinping un “adepto” di una “ideologia totalitaria“: “Se il mondo libero non cambierà, sarà la Cina comunista a cambiare noi”.

Secca la risposta di Pechino, arrivata da Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese: Washington vuole lanciare una “nuova crociata” contro la Cina in un mondo globalizzato. “Quello che sta facendo Pompeo è inutile come una formica che prova a scuotere un albero”, ha aggiunto Chunying. Ora il rischio più grande è che nelle prossime settimane, con le elezioni presidenziali americane sempre più vicine, la temperatura possa ulteriormente salire.

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