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Politica

La Cina raddoppia gli investimenti in Medio Oriente e Nord Africa: perché Pechino punta sul Mena

La Cina rafforza la sua presenza nel Mena sfidando gli Usa tra investimenti, commercio, energia, tecnologia e infrastrutture.
emirati

Ci sono numerosi motivi che spingono la Cina a concentrare sempre più attenzione nei confronti dell’area geografica che comprende Medio Oriente e Nord Africa (Mena). C’è la competizione strategica a distanza da giocare (e vincere) contro gli Stati Uniti. C’è il discreto vuoto operativo lasciato nella regione sia dagli Usa che dall’Unione europea che consente avventure abbastanza significative a chiunque voglia puntare sulla regione. Infine, ultimo ma non per importanza, da queste parti transitano flussi globali rilevanti di energia e commercio.

Lo scoppio della guerra in Iran, anziché spaventare Pechino, lo ha convinto a raddoppiare gli sforzi nel quadrante. Non a caso, nel 2025, gli investimenti diretti cinesi (Ide) nel Mena, trainati per lo più da un massiccio afflusso di capitali negli Emirati Arabi e da nuovi progetti lungo i corridoi industriali dell’Africa settentrionale, hanno registrato un’impennata considerevole.

Il ministero cinese del Commercio ha appena diffuso i dati ufficiali: 4,8 miliardi di dollari di Ide, il doppio del 2024 in 17 dei 23 Paesi che compongono la regione (escludendo Iran, Iraq, Libano, Somalia, Siria e Yemen). Certo, quella degli Usa è da tempo la principale presenza esterna in loco, ma parliamo di una presenza che si è consolidata grazie ad alleanze in materia di sicurezza. La Cina ha intrapreso un percorso radicalmente opposto.

La Cina sfida gli Usa in Medio Oriente e Nord Africa

La Cina ha sfruttato tre jolly: la propria potenza manifatturiera per inviare beni e prodotti a buon mercato, il maxi programma infrastrutturale della Nuova Via della Seta e, più in generale, una politica estera basata sulla ricerca della cooperazione attraverso scambi commerciali ma anche culturali, tecnologici e politici.

La mossa del gigante asiatico sta avendo successo. Il Great Power Index pubblicato da Mbn ha infatti rilevato che 12 dei 23 Paesi del Mena sono più allineati con Pechino che non con Washington in ben cinque categorie di influenza: economica, tecnologica, militare, diplomatica e soft power.

Già nel 2024 gli scambi commerciali tra la Cina e i governi della regione avevano toccato i 480 miliardi di dollari (+80% rispetto al 2020), un volume superiore di oltre 2,5 volte rispetto a quelli registrati dagli Usa nel 2023, e i valori continuano ad aumentare anno dopo anno.

Lo schema adottato dal Dragone, almeno fino alla guerra in Iran, è stato sempre lo stesso: importazioni di greggio per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in cambio della costruzione di infrastrutture pesanti, manifattura e tecnologia.

Perché puntare sulla regione Mena

È importante fare una distinzione. Mentre il Golfo, con gli Emirati Arabi Uniti in testa, sta attraendo investimenti cinesi sul fronte hi-tech e tecnologico, dal cloud computing ai data center, pur senza trascurare gli ambiti energetici e infrastrutturali, il Nord Africa sta assumendo i connotati di un polo manifatturiero.

Alcuni esempi? In Egitto, nella Zona Economica del Canale di Suez, si stanno moltiplicando gli stabilimenti cinesi dedicati alla produzione di energia verde, elettronica e tessuti. Tra Marocco, Algeria e Tunisia, inoltre, le aziende cinesi sono impegnate a creare gigafactory di batterie per veicoli elettrici, linee di produzione di materiali catodici e impianti green per rifornire l’Europa e la filiera automobilistica globale.

Come ha spiegato sul South China Morning Post Chuchu Zhang, professore associato presso la facoltà di Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell’Università Fudan di Shanghai, i Paesi del Nord Africa offrono alla Cina una solida combinazione di vie di accesso affidabili – in grado di aggirare in gran parte i rischi legati allo Stretto di Hormuz – nonché opportunità per sviluppare catene di approvvigionamento a basse emissioni di carbonio, capaci di rispondere sia alle esigenze immediate di sicurezza energetica sia agli obiettivi di decarbonizzazione di lungo periodo. Proprio quello di cui aveva, ha e avrà sempre più bisogno il Dragone.

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