Pechino ormai è stanca di aspettare e si prepara a stringere la presa sulla ribelle Hong Kong. Il 22 maggio inizia infatti l’Assemblea nazionale del popolo, la riunione plenaria del parlamento cinese. Secondo il South China Morning Post, il governo intende chiedere al Comitato permanente dell’Assemblea di stendere una nuova legge sulla sicurezza tagliata su misura per il Porto Profumato. Un pacchetto di norme per vietare “attività sediziose” che puntino a rovesciare il governo, che impedisca le interferenze esterne e colpisca gli atti di terrorismo.

L’idea di una nuova legge è solo l’ultima tappa di un percorso che Pechino ha intrapreso per sedare la città ribelle, infuocata dalle proteste nel corso del 2019Nelle ultime settimane per le vie dell’ex colonia britannica hanno iniziato a suonare una serie di campanelli d’allarme. Il 18 aprile scorso la polizia ha arrestato 15 attivisti pro democrazia con una delle operazioni mediatiche più forti degli ultimi mesi. In manette sono finite diverse personalità di spicco come il miliardario Jimmy Lay, l’ex politico Leung Kwok-hung, famoso per i capelli lunghi. E anche Martin Lee, l’81enne padre della democrazia hongkonghese, tra i fondatori di uno dei partiti pro democrazia più importanti della città. Ufficialmente le autorità dicono che non si tratta di arresti “politici” ma di fermi legati a vecchie proteste non autorizzate.  

In mezzo i mesi difficili legati all’epidemia di coronavirus che hanno paralizzato il mondo, congelato le proteste e distolto l’attenzione globale da quello che succedeva intorno al gigante asiatico. Xi Jinping ha mostrato una certa abilità nel ribaltare una situazione pericolosa in un’opportunità “usando” la pandemia a proprio vantaggio. Dal soft power con la “Via della seta sanitaria” fino all’influenza nelle grandi istituzioni globali come l’Oms. Ora mentre si scrive un nuovo capitolo della faida Cina-Usa, Pechino fortifica i confini iniziando proprio da Hong Kong. 

“Un Paese due sistemi” addio?

Fonti vicine al governo cinese hanno detto al Post che la decisione di lavorare a una nuova legge sulla sicurezza si sia resa necessaria per il sostanziale stallo legislativo in cui versa il legislative council di Hong Kong. Per Pechino infatti il mini parlamento dell’ex colonia britannica non è in grado di emendare l’articolo 23 della Basic Law che regola la città. L’art. 23, in buona sostanza, prevede che il governo cittadino modifichi le sue leggi proibendo atti di “sedizione, secessione, tradimento o sovversione”. Per i politici cinesi la mancata implementazione della legge è un buco che si protrae dal 1997, anno in cui la città è tornata sotto il controllo dell’autorità centrale. Per gli esponenti dell’arco pandemocratico una simile disposizione segnerebbe la fine di Hong Kong come la conosciamo.

Il Comitato permanente con ogni probabilità riceverà il via libera dall’Assemblea verso la fine di maggio e lavorerà al testo già a giugno. Secondo le informazioni della stampa di Hong Kong una volta pronta la legge con ogni probabilità verrà promulgata senza la necessità di passare dai legislatori locali. Dietro a questa mossa si nasconde anche il timore della Repubblica popolare di una debacle dei partiti pro-Pechino alle elezioni legislative che si terranno in settembre.  Negli ultimi anni la polarizzazione tra i partiti pro-Pechino e quelli pro-democrazia ha paralizzato i lavori del parlamentino locale. A maggio non sono mancati gli scontri in aula con risse e urla durante i lavori.

Nei corridoi del Consiglio legislativo negli ultimi mesi si è infatti giocata una durissima battaglia tra gli eletti vicini a Pechino e quelli del fronte democratico. I primi in particolare hanno accusato i dem di aver abusato dell’ostruzionismo. Una pratica osteggiata anche dall’agenzia cinese che si occupa delle ex colonie Macao e Hong Kong e dall’Hong Kong Liaison Office (organo del governo cinese per i collegamenti con Hong Kong creato nel 2000) che da mesi si lamentano violentemente per il blocco dell’attività legislativa. In teoria, fanno notare i deputati democratici, Pechino non può avanzare pretese. Secondo l’articolo 22 della Basic Law che regola i rapporti tra il porto profumato e la mainland, il governo cinese deve garantire autonomia completa alla città fatta eccezione per questioni legate alla Difesa e agli Affari esteri. Ma anche su questo punto non mancano le tensioni. Per la segretaria alla Giustizia Teresa Cheng Yeuk-wah i limiti dell’art. 22 non si applicano all’ufficio di collegamento. E per molti legali vicini alle posizioni di Pechino la cittadinanza deve essere educata su come funzionano i rapporti con il governo centrale.  

Attualmente il campo vicino alla mainland controlla 40 seggi su 70 mentre i democratici hanno 23 deputati, un numero che dalle elezioni del 2016 è andato diminuendo per la squalifica di alcuni di loro per non aver giurato al momento dell’insediamento. Secondo il sistema elettorale della città i 70 seggi vengono distribuiti in due modi: il 50% con l’elezione a suffragio universale e il 50% nominato dalle cosiddette Functional constituency, gruppi di interesse o professionali presenti in città, come medici, legali o sigle sindacali. Con una maggioranza tarata su 36 voti è difficile per il campo democratico ribaltare gli esisti delle elezioni, anche con percentuali bulgare al voto popolare. Ma nonostante questo a Pechino non si dormono sonni tranquilli.

Dal 1997 ad oggi, le iniziative del governo cinese hanno lentamente eroso l’autonomia dell’ex colonia britannica. Per tutto il 2019 Pechino si è limitato agli avvertimenti e a denunciare l’interferenza americana e le azioni terroristiche dei manifestanti. Ma dietro ai sibili della mainland c’è di più. Tian Feilong, professore della Beihang University a Pechino, ha spiegato al South China Morning Post che gli avvertimenti non sono diretti solo al campo democratico ma anche quello vicino a Pechino. Non a caso ad aprile il governo di Cerrie Lam ha visto un corposo rimpasto: sono entrati cinque nuovi ministri e altri quattro hanno lasciato l’incarico. Una mossa che mira non solo a serrare i ranghi, ma anche a mettere nuova benzina nel motore. Lam ha negato ogni illazione, ma dietro all’addio soprattutto del ministro per gli affari continentali pare ci sia il pasticcio della legge sull’estradizione. Un tentativo, quello della leadership locale, di eliminare gli elementi deboli (e più teneri con le proteste) in favore proprio della Cina.

Le misure anti-Covid per congelare le proteste

Lontano dai riflettori della politica, le forze di Pechino hanno continuato a lavorare per sedare e anestetizzare l’anima ribelle della città. E in questo senso l’emergenza da coronavirus è stata usata come scusa per frenare la rabbia degli attivisti. Dopo aver retto l’urto dei contagi provenienti dalla mainland, verso la fine di marzo la città ha visto una seconda ondata di casi. Per questo motivo sono state varate una serie di norme per evitare nuovi contagi. Tra queste, due in particolare si sono rivelate un efficace strumento per intimidire potenziali manifestanti. Quella sul distanziamento sociale nei bar e ristoranti e quella contro gli assembramenti composti da più di quattro persone, numero poi portato a otto a inizio maggio. 

Già all’inizio di aprile il Civil Right Observer, un osservatorio creato da un gruppo di ex manifestanti del movimento degli ombrelli, ha denunciato l’abuso dei regolamenti contro il Covid per sopprimere la libertà di espressione e il diritto di assemblea stabilito dalla mini-costituzione.

In questo senso il caso dei ristoranti è emblematico. Le nuove disposizioni permettono alla polizia di effettuare senza alcun preavviso ispezioni nei locali con anche l’identificazione degli avventori. In teoria visto che si tratta di una misura per evitare la diffusione del contagio non dovrebbe comportare disagi. Ma l’applicazione arbitraria delle norme da parte della polizia ha fatto sorgere non pochi sospetti. Decine di esercizi commerciali hanno infatti denunciato continue ispezioni. Tra questi ha subito diverse incursioni anche un piccolo locale, il Café Season, un esercizio commerciale di proprietà del figlio di Jimmu Lai, quel Lai arrestato a metà aprile.

La pressione su bar e caffetterie sembrerebbe una cosa di poco conto. Ma in realtà nell’ultimo anno, cioè da quando sono scoppiate le proteste, si è allargata la cosiddetta “economia gialla”, una rete informale di locali e esercizi commerciali che fungono da punto di appoggio per i manifestanti pro democrazia. Per questo esasperare i controlli in questi locali è un modo per mettere pressione agli attivisti.

Anche la norma sul divieto di assembramento è stata usata in modo indiscriminato. Come ha riportato anche l’Hong Kong Free Press, l’attivista vicino al Partito democratico Pomigh Chan ha denunciato gli abusi della polizia. Il 31 marzo, a sette mesi esatti dall’attacco delle forze dell’ordine nella stazione della metro di Prince Edward, degli attivisti, rigorosamente in fila e non in gruppo, hanno marciato per ricordare l’accaduto e subito la polizia è intervenuta. Chan ha raccontato che gli agenti hanno fatto radunare le persone in gruppi da cinque, scattato diverse foto e poi hanno fermato una cinquantina di loro per la violazione delle norme sanitarie.

Il punto, secondo gli attivisti, è che queste disposizioni vengono applicate in modo elastico, o meglio solo in quei casi in cui si possono danneggiare i movimenti pro-democratici. Stando a quanto deciso dal governo locale le norme non si applicano ai funzionari politici mentre stanno svolgendo le loro funzioni. Quindi, in teoria, un parlamentare può incontrare un gruppo di persone, collaboratori, o rappresentanti della società civile senza incorrere in sanzioni. Peccato non sia sempre così. Mentre alla Chief Executive della città Carrie Lam è stato permesso di radunare collaboratori addirittura per un concerto, non è andata altrettanto bene a una parlamentare del fronte democratico accusata di aver violato le norme per aver incontrato un gruppo di imprenditori in un caffè a causa della chiusura del Consiglio legislativo.

Verso un’estate calda

Il futuro resta comunque incerto e legato a nuove ondate del virus, come si è visto recentemente in Corea del Sud. Intanto coi numeri dei contagi in discesa gli attivisti si sono riaffacciati per le vie della città. Il primo appuntamento è stato il 26 aprile quando circa 300 manifestanti hanno sfidato la polizia nel centro commerciale Cityplaza scandendo slogan in favore della rivoluzione e violando le norme sanitarie. Gli animi si sono poi scaldati domenica 10 maggio. Centinaia di persone si sono radunate in una decina di centri commerciali sparsi per tutta Hong Kong. L’iniziativa ovviamente non è passata inosservata e presto si è trasformata in guerriglia con le forze dell’ordine. Dopo le prime occupazioni i giovani si sono riversati per le vie di Mong Kok, uno dei distretti continentali, hanno eretto barricate e appiccato dei roghi. La contrapposizione con la polizia è durata diverse ore e si è conclusa con circa 250 arresti.

Le schermaglie viste a maggio potrebbero essere solo l’antipasto di quello che verrà. Nei prossimi mesi non mancano le date simboliche. Si teme infatti per il 4 giugno, anniversario della strage di piazza Tiananmen molto sentito a Hong Kong, per il primo anniversario della grande marcia contro la legge sull’estradizione del 16 giugno scorso, e soprattutto per l’annuale corteo del 1 luglio. Tolto il provvedimento al vaglio del Comitato permanente rimangono diverse questioni irrisolte. Le violenze della polizia, l’erosione delle libertà e la paura di perdere il senso di unicità della città. Fattori che peseranno nel voto di settembre e che potrebbero dare la spinta definitiva ai democratici. Una situazione che i pro-Pechino temono. Se dovessero vincere, dicono, l’attività legislativa si bloccherebbe completamente. E a quel punto, con ogni probabilità, la Cina agirà.

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