Sfruttare i pochi vantaggi che è in grado di offrire un piccolo movimento rivoluzionario, come ad esempio l’ampio sostegno popolare, per fiaccare, in maniera graduale, il potere di uno Stato dotato di un esercito professionale e ben attrezzato. Evitare di essere coinvolti in una battaglia decisiva, o peggio ancora in uno scontro a tutto campo con il nemico, per scongiurare una sconfitta certa. Portare avanti, al contrario, una guerra prolungata, formata da più fasi, con l’obiettivo di intraprendere combattimenti scelti e mirati che possono essere realisticamente vinti.
Eccola la guerra popolare, o guerra popolare di lunga durata, sbandierata da Mao Zedong negli anni della sua ascesa alla leadership della Cina. Quando, durante gli anni ’30 del ‘900, un manipolo di contadini cinesi si oppose all’esercito imperiale giapponese, riuscendo poi a sconfiggerlo, lo fece imbracciando un embrionale credo comunista, ma anche e soprattutto applicando il concetto di guerra popolare. Lo stesso sarebbe accaduto qualche anno più tardi, quando gli uomini di Mao, sempre più numerosi – seppur mal equipaggiati e sulla carta inferiori alle forze del Kuomintang, all’epoca al governo – centrarono una inaspettata vittoria contro i nazionalisti di Chiang Kai Shek.
In entrambi i casi, i futuri comunisti cinesi – molti di quei contadini sarebbero diventati i nuovi leader della Repubblica Popolare Cinese, altri membri dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese – seguirono la strategia militare maoista della guerra popolare di lunga durata.
Adesso, dopo quasi un secolo, questo concetto, in seguito ad un adattamento alle attuali esigenze del Dragone, potrebbe presto trovare una nuova ragion d’essere all’interno della discussione militare e politica cinese. E potrebbe farlo, in particolare, in relazione alla questione Taiwan.
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Il concetto di guerra popolare
Il concetto di guerra popolare, come detto, è stato sviluppato da Mao Zedong. L’ex leader cinese sosteneva che un nemico più forte – prima i giapponesi, poi i nazionalisti – potesse essere travolto da un mix combinato di guerra mobile e guerriglia, mantenendo, e anzi alimentando, il sostegno della popolazione, e allungando le linee di rifornimento sul campo grazie a battaglie mirate.
Questa strategia era inoltre formata da tre fasi distinte ma complementari. Nella prima, la “forza rivoluzionaria” che fa scattare la guerra popolare inizia le operazioni in un’area remota, meglio se caratterizzata da terreno montuoso o boscoso, e dove il nemico è debole. Tenta quindi di stabilire una roccaforte in loco e, man mano che il suo potere aumenta, può passare al secondo step.
Il passaggio numero due consiste, infatti, nello stabilire altre basi e nel diffondere la propria influenza nei luoghi circostanti. Qui ci sono buone chance di conquistare il potere e ottenere il sostegno popolare, favorendo programmi politici-economici come la riforma agraria. Nell’ultima fase, il movimento ha conseguito abbastanza forza per accerchiare e catturare piccole città, poi città più grandi, fino alla presa del potere in tutto il Paese.
Il concetto di guerra popolare era alla base della strategia contro i giapponesi e contro un’ipotetica invasione sovietica della Cina. Il termine ha perso poi terreno a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando Pechino ha iniziato a prestare maggiore interesse alla modernizzazione delle armi e delle tecnologie. In seguito alla riforma economica cinese, inoltre, gli investimenti militari hanno ulteriormente rafforzato l’esercito, mentre la sua struttura è stata ridotta e adattata ad un contesto più moderno.
È interessante sottolineare come la strategia della guerra popolare abbia dimensioni politiche oltre a quelle militari. Possiamo fare due esempi. Nel 2014 la leadership del Partito Comunista Cinese ha iniziato una guerra popolare nella regione autonoma dello Xinjiang contro le “tre forze del male” del separatismo, del terrorismo e dell’estremismo. Pechino ha schierato decine di migliaia di quadri del Partito in loco e lanciato programmi specifici, per concludere l’operazione con una imponente manifestazione a Urumqi, capitale regionale, con migliaia di soldati e veicoli blindati. Il secondo e più recente esempio riguarda la guerra popolare contro il Covid-19, per contenere le infezioni del virus.
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La questione Taiwan
Arriviamo al presente. Un articolo di opinione apparso sul PLA Daily, il giornale ufficiale dell’esercito cinese, ha riportato in auge il concetto di guerra popolare. Secondo Xia Chengxiao e Zhang Hongmei, le firme del pezzo, in caso di conflitto le forze armate di Pechino dovrebbero “garantire il sostegno popolare” e “mobilitare l’economia civile”, con un implicito richiamo alla guerra popolare di maoista memoria.
Il South China Morning Post ha scritto che l’articolo potrebbe offrire importanti indizi in merito all’atteggiamento che intenderà adottare la Cina nel caso di una guerra contro gli Stati Uniti o a fronte di un tentativo di prendere il controllo di Taiwan. Anche perché, leggendo il testo, si evince che la strategia cinese è incentrata sulla difesa e sulla garanzia che qualunque conflitto sia percepito come legittimo, così da sfruttare il sostegno del popolo.
Tornando ai precetti di Mao, se la guerra popolare implica la necessità di fare affidamento sulla popolazione cinese, così come sulle milizie e sulle forze di guerriglia, lo stesso concetto applicato oggi nella risoluzione della questione taiwanese implicherebbe un massiccio ricorso alla Information War, e cioè alla guerra dell’informazione. Con il chiaro tentativo di fare breccia nella narrazione taiwanese, alimentare un circolo di opinioni pro Pechino dal basso, e inglobare le forme di dissidenza più deboli.
Una delle roccaforti da conquistare e dalle quali lanciare le offensive potrebbe coincidere con le Isole Kinmen, isole controllate da Taipei ma situate a pochi chilometri dalle coste della Repubblica Popolare Cinese. Qui, come ha fatto presente il sito taiwanese CW Magazine, è attivo un progetto volto a promuovere il concetto “Un paese, due sistemi” – già adottato dalla Cina in quel di Hong Kong – e condotto su più fronti utilizzando uomini d’affari taiwanesi come delegati.
Uno di questi fronti è il “For Public Good Party” (FPGP). Questo partito – una delle otto principali fazioni di partiti politici “democratici” ufficialmente riconosciute dal Partito comunista cinese – e pubblicizzato come un gruppo politico taiwanese autoctono, si concentra su funzionari eletti di base e sui coniugi nati in Cina di residenti taiwanesi. Pare che l’FPGP abbia corteggiato attivamente gruppi locali e partiti politici taiwanesi, e utilizzato sondaggi di opinione pubblica e discussioni accademiche nel tentativo di creare un consenso pubblico per un referendum su come trasformare Kinmen in una “Zona sperimentale di pace attraverso lo stretto” per Cina e Taiwan. È anche a partire da iniziative del genere che prende forma la guerra popolare riadattata al XXI secolo.